PROGETTO OMBRE – SECONDO MOVIMENTO
I GEMELLI
Uno spettacolo di GIORGIO MARINI
Prodotto da
FLORIAN
TEATRO STABILE D’INNOVAZIONE
dal racconto di Fleur Jaeggy edizioni Adelphi
con
Emanuele Carucci Viterbi
Elisabetta Piccolomini
Anna Paola Vellaccio
disegno luci Vincenzo Raponi
assistente alla regia Alessandra Felli
produzione Giulia Basel – Massimo Vellaccio
in collaborazione con
ATCL - Associazione Teatrale Comuni Lazio, col sostegno di MINISTERO PER I BENI e le ATTIVITÀ CULTURALI
REGIONE ABRUZZO - REGIONE LAZIO - CITTÀ DI PESCARA
Dopo il debutto del primo movimento –“Occhi felici”, andato in scena nel 2007 al Teatro India di Roma accolto da uno splendido riscontro di critica- Giorgio Marini presenta ora il secondo movimento di questa trilogia che, attraverso un percorso unitario, affronta tre diverse narrazioni di altrettante autrici europee contemporanee - Occhi felici di Ingeborg Bachmann, I gemelli di Fleur Jaeggy e I gioielli di Madame de … di Louise de Vilmorin - sulle quali il regista compie un’operazione drammaturgica trasformando i racconti in partiture sceniche. Interpreti di tutta la trilogia sono Emanuele Carucci Viterbi, Elisabetta Piccolomini, Anna Paola Vellaccio, sensibili e capaci nel portare in scena una complessa macchina registica; il disegno luci, chiave espressiva e cifra stilistica dell’intero progetto, è affidato a Vincenzo Raponi.
“I gemelli” racconta la storia di due fratelli che vivono in un villaggio senza nome e che si bastano fino alla morte, senza mai varcare altri confini e “altri luoghi”. Anche in questo caso siamo di fronte ad una doppia duplicità, da un lato quella gemellare dei due fratelli, dall’ altro la coppia di un pastore protestante e della moglie, rappresentati come scissione nevrotica di una stessa persona. Il villaggio è un non luogo di vecchi in cui i morti persistono nei vivi che potrebbero sembrare, a loro volta, fantasmi: la stessa identità dei due fratelli finirà per dissolversi nell'incertezza del finale.
I gemelli sono forse dei revenants, vampiri che ritornano nella propria casa; oppure degli estranei che s’introducono in una realtà da un altrove dimenticato, come dopo il risveglio da una morte vivente o da un’amnesia; o dall’ipnosi di un gioco di magia.
Giorgio Marini sceglie di far interpretare i fratelli Hans e Ruedi dalle due attrici mentre l’attore gioca sia una parte maschile che una femminile, ed affida alla scenografia un ruolo di primo piano: all’interno della scatola nera del primo movimento, è racchiusa una landa innevata abitata da personaggi che si rifanno ai tipi tedeschi documentati dalle fotografie di August Sander, dando una suggestione precisa allo spettatore.
E “I gemelli”, come già “Occhi felici” e come sarà per “I gioielli di Madame de…”, rappresenta una delle tre varianti di un’unica storia i cui personaggi si declinano nelle “figure retoriche del discorso” dei testi, con spostamenti di attribuzione delle loro identità, realizzati attraverso un gioco di travestimenti che produce lo sgretolamento delle singolarità degli “interpreti-attori” che agiscono in scena. La stessa scenografia del secondo movimento, nella sua luminosità, è il contraltare del buio dal quale emergeva la scena di “Occhi felici”.
Il progetto triennale “Ombre” nasce dall’incontro del regista Giorgio Marini con il Florian Teatro Stabile d’Innovazione e segna il suo ritorno al teatro di prosa dopo anni dedicati al teatro lirico.
Marini, infatti, debutta nell’ambito del teatro sperimentale romano alla fine degli anni ’60, e da lì la sua produzione si è costantemente alternata tra prosa e lirica per i maggiori Festival internazionali, da quello di Spoleto alla Biennale di Venezia. Proprio alla scrittura di Fleur Jaeggy si deve un suo memorabile spettacolo “L’ Angelo Custode” del 1972.
“La musa di Fleur Jaeggy è il riserbo. Nella letteratura italiana, e forse europea di oggi, nessuno possiede la sua implacabile discrezione, la sua stoica accettazione della necessità, la sua caparbia durezza” (Pietro Citati, La Repubblica)
“La paura del cielo, paragonabile ai feroci, ‘tableaux parisiens’ di Baudelaire, raccoglie scorci di vite suburbane, sepolte in una banalità quotidiana e collettiva dove fermentano e all’improvviso scoppiano l’odio, la follia e l’omicidio” (Marc Fumaroli, Le Figaro)
Dopo aver affrontato in Occhi felici un anomalo triangolo amoroso filtrato attraverso la miopia della protagonista, ne I gemelli assistiamo alla storia di due fratelli di un villaggio senza nome che si bastano fino alla morte, senza mai varcare i confini di altri luoghi. Anche in questo caso e in modo più evidente siamo di fronte ad una doppia duplicità, da un lato quella gemellare dei due fratelli, dall’altro la coppia di un pastore protestante e di sua moglie rappresentati come scissione nevrotica di una stessa persona. Nel racconto il villaggio è un non luogo di vecchi in cui i morti persistono nei vivi che potrebbero sembrare, a loro volta, fantasmi: la stessa identità dei due fratelli finirà per dissolversi nell'incertezza del finale.
Nella presentazione de I beati anni del castigo, Iosif Brodskij definisce così lo stile narrativo della Jaeggy: “Si ha l’impressione che sia stato scritto con una penna affilata, affilata come una lama, con la punta di quella penna, di quella lama”.
Da un punto di vista visivo l’allestimento presenta una landa innevata, con due grandi sedie-albero poste al centro dello spazio, da cui emergono gli oggetti utilizzati nelle azioni sceniche.
I costumi, che in Occhi Felici sono ispirati a Chanel in omaggio ai primi anni sessanta del Novecento e all’episodio Il lavoro di Luchino Visconti, ne I Gemelli si riferiscono alla produzione fotografica di August Sander relativa al progetto di documentazione delle tipologie sociali tedesche che il fotografo ha avviato a partire dagli anni ’20 del secolo scorso.
Fleur Jaeggy
Nata a Zurigo, ma di madrelingua italiana ha vissuto la sua infanzia e la sua adolescenza fra alcuni collegi svizzeri e Roma. . I suoi esordi letterari sono stati fortemente segnati dalla vicinanza con la grande scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann, di cui cui Fleur Jaeggy è stata amica da giovanissima e che ha frequentato fino alla sua precoce scomparsa. Dal 1968 vive a Milano. Il suo primo romanzo, Il dito in bocca, è stato pubblicato in quello stesso anno presso l’editore Adelphi; sempre da Adelphi sono poi usciti: L’angelo custode (1971), Le statue d’acqua (1980), I beati anni del castigo (1989), i racconti La paura del cielo (1994) e il romanzo Proleterka (2002). Fra i numerosi riconoscimenti ricevuti,vanno ricordati il premio Bagutta (1990) per I beati anni del castigo e il premio Viareggio (2002) per Proleterka.
Alla scrittura narrativa Fleur Jaeggy alterna traduzioni (sue sono le versioni italiane di Vite immaginarie di Marcel Schwob e de Gli ultimi giorni di Immanuel Kant di Thomas De Quincey) e testi critici su Schwob, De Quincey, Keats e Walser.
Del suo romanzo d’esordio, Il dito in bocca, la Bachmanm ha scritto: “È un libro stravagante e insolito, fra l’altro per la superba trascuranza delle correnti letterarie. L’autrice ha l’invidiabile primo sguardo per le persone e le cose, c’è in lei un insieme di distratta leggerezza e di saggezza autoritaria: da queste capacità contraddittorie nascono dialoghi di una diabolica intelligenza e descrizioni di una semplicità disarmante”. Molte sono le affinità fra le due scrittrici, a cominciare dall’oscillazione fra l’Italia e il rispettivo paese natale (Svizzera e Austria) che ha segnato la loro biografia e la loro stessa sensibilità. Altri autori di cui si possono riconoscere le tracce nell’opera della Jaeggy sono Robert Walser e Thomas Bernhardt, senza dimenticare l’influsso che ha esercitato su di lei la letteratura mistica e sapienziale d’Occidente e d’Oriente, in particolare Meister Eckhardt e Chuang-Tzu.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Adelphi, sono tradotti in 20 paesi e 20 lingue.
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Florian
Teatro Stabile d'Innovazione di Pescara