PROGETTO OMBRE – PRIMO MOVIMENTO

 

OCCHI FELICI

 

  

             Uno spettacolo di GIORGIO MARINI

                    

 

 

                   Prodotto da

                  FLORIAN

                  TEATRO STABILE D’INNOVAZIONE

 

     dal racconto di Ingeborg Bachmann

     traduzione Ippolito Pizzetti - edizioni Adelphi

 

 

con

 

Emanuele Carucci Viterbi

 

Elisabetta Piccolomini

 

Anna Paola Vellaccio

 

disegno luci Vincenzo Raponi

 

assistente alla regia Alessandra Felli

 

produzione Giulia Basel – Massimo Vellaccio

 

in collaborazione con

ATCL - Associazione Teatrale Comuni Lazio

 

con il sostegno di

MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

Direzione Generale per lo Spettacolo dal vivo

REGIONE ABRUZZO - Assessorato Promozione Culturale

REGIONE LAZIO 

Assessorato alla Cultura, Spettacolo e Sport

CITTA’ DI PESCARA - Assessorato alla cultura

TEATRIAPERTI/COMUNE DI FORMELLO

 

 

Il progetto triennale “Ombre” nasce dall’incontro tra il regista Giorgio Marini ed il Florian-Teatro Stabile d’Innovazione. Attraverso un percorso unitario vengono affrontate tre diverse narrazioni di tre autrici europee contemporanee: Occhi felici di Ingeborg Bachmann, I gemelli di Fleur Jaeggy e I gioielli di Madame de… di Louise de Vilmorin. Gli spettacoli, in altri termini, rappresentano tre varianti rispetto ad un’unica e ipotetica “storia” i cui personaggi si declinano nelle “figure retoriche del discorso” dei testi, con spostamenti di attribuzione delle loro identità realizzati attraverso un gioco di travestimenti e rispecchiamenti continui che produce lo sgretolamento delle singolarità degli interpreti che agiscono in scena.

Nel caso specifico della Bachmann è opportuno rilevare innanzi tutto la sua origine mitteleuropea, quindi la temperie culturale che si riflette nella sua produzione letteraria, ed il ruolo della casa editrice che l’ha pubblicate per la prima volta in Italia, Adelphi, che ha inserito la portata della sua opera nel più ampio contesto della rivoluzione politico-culturale che l’editore ha inaugurato nella nostra penisola a partire dagli anni ‘50.

Il progetto “Ombre” segna il ritorno al teatro di prosa di Giorgio Marini, regista eclettico che, dopo aver debuttato nell’ambito del teatro sperimentale romano di fine anni '60, ha costantemente alternato la sua produzione tra la prosa e la lirica, lavorando per i maggiori festival internazionali da quello di Spoleto alla Biennale di Venezia.

Primo movimento del progetto “Ombre” è “Occhi felici” dall’omonimo racconto di Ingeborg Bachmann che affronta la storia di un anomalo triangolo amoroso vissuto attraverso la miopia della protagonista Miranda, miopia che si scopre essere il suo vero diaframma rispetto alla vita. Soprattutto rispetto all’uomo cui è legata, Josef, e alla sua amica più stretta Stasi: miopia che permette a Miranda di vedere o non vedere quello che lei vuole. Questa deformazione ottica produce un reciproco slittamento dei ruoli dei personaggi non solo nei confronti l’uno dell’altro, ma soprattutto di ognuno nei confronti di se stesso. Questi spostamenti generano le immagini doppie, come riflesse nello specchio, proprie dello spettacolo.

 

“Di fatto, Marini non trasforma il racconto in un copione ma in una doppia partitura, musicale e coreografica. (….) Vi sono immagini di un nitore cesellato fino allo spasimo, e vi sono i sincronici movimenti dei tre attori, perfetti, cioè flessibili, oppure inflessibili, come gli strumenti di un trio, soprano violoncello e piano: Emanuele Carucci Viterbi, Elisabetta Piccolomini, Anna Paola Vellaccio”. (Franco Cordelli).

 

“Giorgio Marini torna al teatro di prosa dopo un lungo “esilio” nella lirica, e ribadisce la propria sapienza di regista, inteso come intellettuale che attraverso gli attori, le immagini e la parola è in grado di restituirci pensiero ed emozioni di un’altra grande intellettuale, Ingeborg Bachmann.” (Gianfranco Capitta).

 

Lo spettacolo ha debuttato alla fine di marzo 2007 nella stagione del Teatro di Roma al Teatro India.

 

Uno dei 10 migliori spettacoli della stagione italiana 2006/2007

(Franco Cordelli, Corriere della Sera, 5 giugno 2007)

 

“Quel che mi attrae di Occhi Felici è che potrebbe essere un film perfetto, da realizzare ricreando una sorta di neo-Nouvelle Vague. D’altronde fu scritto proprio in quegli anni, verso la fine degli anni ‘50 e l’ inizio dei ‘60, e di quegli anni ha il carattere e, direi, l’asetticità. Quel non veder accadere nulla, quando invece accade praticamente tutto. L’ambito è quello di un minimalismo di indagine, effettuata intorno a piccoli episodi che significano molto di più di quello che in apparenza sembrano. L’altro aspetto determinante del racconto è il suo forte carattere visivo, dato dalla miopia della protagonista: il suo occhio che non vede, ma che perciò vede di più, che si traduce nella possibilità, da parte sua di un nuovo modo di percepire fatti qualsiasi della vita quotidiana. Quello che faccio non è un teatro psicologico, e nemmeno un teatro narrativo, e tuttavia uso tanto la psicologia quanto la narrativa nei miei spettacoli. C’è continuità tra testo e messa in scena. Un teatro sì visivo, ma molto legato alla parola, il movimento non è illustrativo della battuta, costituisce una partitura gestuale piuttosto indipendente che ha dei ritorni, dei leit-motif, dei grumi, dei giochi di ripetizione per cui certe volte c’è un visivo e un verbale che si sovrappongono ma in realtà non sono proprio illustrazioni l’uno dell’altro. Diciamo che è un teatro di movimento, che non potrei definire coreografico, ma che ha a che fare con questo linguaggio.

Lo spettatore più che vedere, percepisce. Per me la comprensione in senso stretto non è importante da un punto di vista narrativo. Quello che  è importante è percepire globalmente..

E poi c’è la musica. La musica è determinante, anche se ce n’è poca, ci sono soprattutto rumori. La musica per me non è tanto la musica sullo spettacolo, ma è lo spettacolo stesso che è regolato da un discorso paramusicale.

In Occhi Felici c’è la mia memoria. Ogni volta che costruisco uno spettacolo, un oggetto rappresentativo, se la cosa è riuscita c’è un respiro significante molto più ampio della cosa in sé. Come nelle fiabe.”  (Giorgio Marini)

 

 

 

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