LA CHIAVE DELL'ASCENSORE A ROMA! 

Venerdì 23 Novembre e Sabato 24 Novembre  ore 21

Domenica 25 Novembre ore 17 - SPAZIO DIAMANTE - ROMA

Tel 0687606075 mail promozioni@salaumberto.com

www.spaziodiamante.it

 

Prossime date a BOLOGNA!

Venerdì 30 Novembre ore 21

Sabato 1 Dicembre ore 20

Domenica 2 Dicembre ore 17

TEATRI DI VITA - BOLOGNA

INFO E PRENOTAZIONI

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Florian Metateatro / Accademia degli Artefatti

LA CHIAVE DELL'ASCENSORE

di Agota Kristof   traduzione Elisabetta Rasy  con Anna Paola Vellaccio regia ed ambientazione Fabrizio Arcuri

assistente in scena Edoardo De Piccoli assistente alla regia Francesca Zerilli assistente alla produzione Marilisa D’Amico cura Giulia Basel  foto di scena Roberta Verzella e Tiziano Ionta grafica Antonio Stella una coproduzione Florian Metateatro / Accademia degli Artefatti.

"… e’ stupefacente l’analogia tra la commedia che abbiamo letto e quanto ascoltiamo nella misura in cui ne è stupefacente la differenza – per la ricchezza e lancinante potenza dei toni e per gli effetti e suggestioni di luci. Il regista Fabrizio Arcuri e l’interprete Anna Paola Vellaccio avevano già lavorato insieme. L’accordo è misterioso, sono un tutt’uno. In un monologo, Nella pietra di Christa Wolf e diretta da Enrico Frattaroli, Vellaccio aveva mantenuto un timbro vocale e ritmico tutto il tempo. Ora, che siamo in un altro Medioevo, nel Medioevo eterno, il tempo viene frantumato: la vera fiaba in quella nebbia è straniata; l’altra fiaba è invece ironica, ora irrisa, ora appassionata, ora urlata – un interminabile urlo doloroso: “La vita, se volete, ma non la voce!”. Franco Cordelli, Il Corriere della Sera 19 ottobre 2017

Una stanza che gli spettatori sbirciano da una nestra. Avvolta dalle volute della nebbia e dal vento che le muove i capelli … la donna racconta la storia a se stessa, la racconta per l'ennesima volta. Tutto è reale e simbolico allo stesso tempo, le luci, i rumori, la voce. La favola pian piano svela il suo risvolto no a farsi baratro. Sotto la supercie della scena che ci si apre davanti c’è qualcosa di invisibile ma minaccioso. Dal tono pacato della protagonista emerge, di tanto in tanto, la sua vera condizione. L’amore è anche volontà di possedere l’altro: se questo istinto prevale gli esiti sono nefasti. Ma è una lotta che l’oppressore non può vincere, sembra dirci Kristóf. Il desiderio di libertà è insopprimibile. La Donna, piegata, resa folle, scissa, conserva la volontà di essere un individuo. Potranno toglierle la vita, ma non si farà strappare la voce per gridare al mondo la sua condizione. Frasi brevi, una sintassi cruda, assenza di aggettivi: il fascino di questo testo scritto in francese nel 1977 sta proprio nell'economia di mezzi e nella loro intensità. Nel teatro, luogo dell’incontro per eccellenza, l’autrice trova il mezzo ideale per esprimere il suo messaggio: la speranza è nella parola, nella comunicazione con gli altri. Fabrizio Arcuri

La chiave dell’ascensore mette in scena un sacricio; il racconto, la statica e tutta verbale azione tesa a ristabilire una verità, coincide con una messa a morte. La verità si gioca nello spazio apparentemente ristretto che divide l’io e il tu di una coppia; il gioco del sacricio è esplicito perché la vittima, ribellandosi, lo esibisce. Anche la scena si mostra per quel che è; non solo un territorio separato, ma addirittura inaccessibile a chi non ha una certa chiave, uno speciale strumento, cioè uno speciale potere. Gran parte di ciò che accade e soprattutto di ciò che conta, accade fuori, altrove: la scena di Agota Kristof è un luogo di reclusione, uno spazio concentrazionario. Dove agiscono, mascherati da piccole situazioni intimiste, ampi cerimoniali di tortura e messa a morte. Alle vittime non resta che una chance: far sapere che c’è un’altra versione dei fatti. Ciò che salva la scena delle relazioni in atto dal perdersi definitivamente in una musica funebre è, appunto, un unico possibile gesto di coraggio che coincide con un gesto di disperata resistenza: la testimonianza di un’altra verità, la verità della vittima.

 

Elisabetta Rasy (dalla prefazione al testo edito da Einaudi)

Ágota Kristóf, nata nel 1935 a Csikvánd, un villaggio dell'Ungheria nel 1956, in seguito all'intervento dell'Armata Rossa per soffocare la rivolta popolare contro l'invasione sovietica, fugge con il marito e la figlia in Svizzera e si stabilisce a Neuchâtel, dove vivrà fino alla morte. Non perdonerà mai al marito la decisione di allora, presa per paura di essere arrestato dai sovietici, tanto che in una intervista dirà: «Due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera».

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