Florian Metateatro / Accademia degli Artefatti

LA CHIAVE DELL'ASCENSORE

per TEATRO D'AUTORE e altri linguaggi / L'Europa è qui - Assolonosolo

 

di Agota Kristof   traduzione Elisabetta Rasy   con Anna Paola Velaccio regia ed ambientazione Fabrizio Arcuri

assistente in scena Edoardo De Piccoli assistente alla regia Francesca Zerilli assistente alla produzione Marilisa D’Amico cura Giulia Basel foto di scena Roberta Verzella grafica Antonio Stella  una coproduzione Florian Metateatro / Accademia degli Artefatti.

"… e’ stupefacente l’analogia tra la commedia che abbiamo letto e quanto ascoltiamo nella misura in cui ne è stupefacente la differenza – per la ricchezza e lancinante potenza dei toni e per gli effetti e suggestioni di luci. Il regista Fabrizio Arcuri e l’interprete Anna Paola Vellaccio avevano già lavorato insieme. L’accordo è misterioso, sono un tutt’uno. In un monologo, Nella pietra di Christa Wolf e diretta da Enrico Frattaroli, Vellaccio aveva mantenuto un timbro vocale e ritmico tutto il tempo. Ora, che siamo in un altro Medioevo, nel Medioevo eterno, il tempo viene frantumato: la vera fiaba in quella nebbia è straniata; l’altra fiaba è invece ironica, ora irrisa, ora appassionata, ora urlata – un interminabile urlo doloroso: “La vita, se volete, ma non la voce!”. Franco Cordelli Il Corriere della Sera 19 ottobre 2017

Ne “La chiave dell’ascensore” è messo in scena un sacrificio; il racconto,la statica e tutta verbale azione tesa a ristabilire una verità, coincide con una messa a morte. La verità si gioca nello spazio apparentemente ristretto che divide l’io e il tu di una coppia ; il gioco del sacrificio è esplicito perché la vittima, ribellandosi, lo esibisce. Anche la scena si mostra per quel che è; non solo un territorio separato, ma addirittura inaccessibile a chi non ha una certa chiave, uno speciale strumento, cioè uno speciale potere. Gran parte di ciò che accade e soprattutto di ciò che conta, accade fuori, altrove: la scena di Agota Kristof è un luogo di reclusione, uno spazio concentrazionario. Dove agiscono, mascherati da piccole situazioni intimiste, ampi cerimoniali di tortura e messa a morte.



Il Teatro Libero di Palermo porta in scena un testo firmato dall'inglese Caryl Churchill, una delle più importanti autrici del teatro contemporaneo, con la regia di Luca Mazzone, di cui ricordiamo lo spettacolo Contrazioni di Mike Bartlett presentato con successo al Florian Espace nella Stagione 2015/2016.

Teatro Libero Palermo
A NUMBER


per TEATRO D'AUTORE e altri linguaggi / L'Europa è qui
di Caryl Churchill traduzione di Monica Capuani progetto e regia Luca Mazzone con Giuseppe Pestillo e Massimo Rigo musiche Antonio Guida costumi Lia Chiappara disegno luci Gabriele Circo e Fiorenza Dado

 

Un padre, un figlio. Il rapporto tra il Padre – figura concreta e allo stesso tempo utopica, e il figlio; rapporto che appartiene alla dimensione più precipua del mito, quello fatto di legami ancestrali, non detti antologici che sottendono, nella relazione stessa, l’elemento dell’unicità e della natura, che in una contrapposizione polare si trovano contrapposti al nutrimento e al contesto. Una contrapposizione polare ritmata da attrazione e repulsione. Un legame di pura necessità. L’ineluttabilità del rapporto è quella del legame tra il Padre e i suoi figli, rapporto che ha nel sangue un correlativo oggettivo che sottende l’unicità e l’impossibilità della replica quali leggi necessarie della natura. Correlativi oggettivi della stessa esistenza, donataci, appunto, dal Padre, di cui siamo tutti figli. «Che cosa è l’uomo perché tu ti ricordi di lui o il figlio dell’uomo perché tu ti curi di lui? [...] Ecco me e i figli che Dio mi ha dati» un passo della Lettera agli Ebrei del Nuovo Testamento che ci fa riflettere sul “Me”, dove un principio di realtà, la cui affermazione è inevitabile, non può che trovare nella filiazione la sua più forte affermazione.



Florian Metateatro / Neroluce

4.48 PSYCHOSIS

di Sarah Kane

in forma di “SINFONIA per VOCE SOLA” di Enrico Frattaroli

 

Anteprima

con Mariateresa Pascale  elaborazioni musicali (da G. Mahler e P. J. Harvey), video, scena e regia di Enrico Frattaroli  voce soprano in audio Patrizia Polia  responsabili tecnici Renato Barattucci ed Edoardo De Piccoli  assistente alla regia Giorgia Sdei   cura Giulia Basel

4.48 Psychosis - Sinfonia per voce sola è una messa in concerto dell’ultimo testo di Sarah Kane: la musica dei suoi versi in risonanza con la musica di Gustav Mahler e di P. J. Harvey. Sulla scena, protagonista è la poesia stessa, variegata nelle forme liriche, narrative, dialogiche, grafiche della sua scrittura, testualmente e scenicamente affidata alla voce sola di Mariateresa Pascale. «Scriverlo mi ha uccisa» annota Sarah Kane sul biglietto allegato alla copia di 4.48 Psychosis lasciata in consegna a Mal Kenyon, la sua agente letteraria. Il suo ultimo dramma, perfezionato fino all’ultimo istante della sua vita, è anche il suo testamento poetico. Una scrittura che noi ereditiamo, un atto poetico assoluto di cui ci chiede di essere testimoni, spettatori, amanti: Convalidatemi /Autenticatemi / Guardatemi / Amatemi.

"Non la musica soltanto è chiamata a fare parte della concertazione. Un flusso di immagini tratte dalla disposizione grafica del testo, o ad essa ispirate, si attengono al poema seguendo le variazioni agogico-dinamiche dell'intera partitura verbale e musicale. Sono diagnosi, numeri, sigle, geometrie e combinazioni di parole, ma anche cancellature, pagine gualcite, pellicole graffiate, coniugate di volta in volta con declinazioni postume, come in effigie, dello spazio scenico: sale da concerto devastate, stanze abbandonate, deserti di contenzione, fabbriche obsolete, teatri in rovina… Le parti dialogiche del poema – le cui voci rinviano, implicitamente, alla stessa Kane e al suo psichiatra – hanno, paradossalmente, valore di tacet. Sono momenti in cui l’opera si sospende (la luce scompare, la musica cessa, le immagini dissolvono) ed il regista si rivolge, letteralmente, all’attrice, che al regista risponde. Ed è proprio per il loro valore di silenzio poetico che sono parte dell’opera teatrale, del concerto, della poesia, come bianchi di scena." Enrico Frattaroli



Muta Imago

 

(a+b)3

 

domenica 3 dicembre 2017 ore 17.00 - TEATRO COMUNALE di PRATOLA PELIGNA

per TEATRO D'AUTORE e altri linguaggi / Stazioni di Frontiera

ideazione e regia Claudia Sorace  drammaturgia e suono Riccardo Fazi con Claudia Sorace e Riccardo Fazi

Domenica 3 dicembre Teatro d'Autore si sposta per un appuntamento speciale al Teatro Comunale di Pratola Peligna per lo spettacolo (a+b)3 dei Muta Imago, uno dei più interessanti gruppi del nuovo teatro, già affermato a livello nazionale e internazionale, che il Florian ha avuto il piacere di ospitare con grande successo al Festival Scenari Europei 2016 con il nuovissimo e innovativo "Polices!". Questa volta presenteranno invece uno dei loro primi lavori (a+b)3, uno spettacolo che unisce ad una sensibilità di ricerca la capacità di coinvolgere un pubblico ampio e che si presta ad una fruizione anche per famiglie come è giusto che sia in un periodo ancora di feste. Una coppia d’amanti, due figurine felici che si preparano per uscire: mettono il vestito bello, i capelli hanno la piega appena fatta, un giro di perle al collo, le scarpe lucide. Si muovono rapidi, la loro danza si ferma di fronte ad uno specchio, che ne incide i nomi sulle ombre sottili. Si racconta che la pittura nacque quando una ragazza ricalcò il contorno dell’ombra del suo giovane innamorato sulla parete della sua stanza. Il ragazzo sarebbe partito la mattina successiva, allora lei, la notte, tenendo la lanterna vicino al viso di lui e vedendo proiettarsi un’ombra sul muro, disegnò i contorni della sua ombra...

Lo spettacolo sarà preceduto da ANTOLOGIA DI S. un interessante e particolare progetto di drammaturgia sonora di Riccardo Fazi.




LunAria

FINALMENTE SOLA

per TEATRO D'AUTORE e altri linguaggi / Assolononsolo

in collaborazione con Magfest

con Paola Giglio regia Marcella Favilla

in occasione della ‘Giornata Internazionale Contro La Violenza Sulle Donne’

P. è sempre stata fidanzata, sempre, dall’età di 5 anni. Nella sua vita è saltata da una storia all’altra senza soluzione di continuità, schiava dell’amore e di uomini che, non si sa perché, appena conosciuti si sono innamorati di lei, anche quando lei puntava ad un semplice rapporto occasionale. Il problema di P. è che non sa dire di no: come si fa a rifiutare un uomo che si è innamorato di te e che alla luce di ciò sembra possedere un innegabile buongusto? Senza contare poi che fin dall’infanzia, se sei femmina, tutto il mondo intorno non fa altro che ripeterti che nella vita devi trovare l’uomo giusto e sistemarti. Ma anche un uomo a caso e sistemarti. Basta che non resti sola insomma, non sia mai….. Finalmente sola è un testo che si propone, guardandole attraverso le lenti dell’ironia e del sarcasmo, di indagare le dinamiche amorose, partendo da quelle un po’ scontate e che fanno sorridere, fino ad arrivare a quelle malate e potenzialmente pericolose. Lo spettacolo, Selezione Premio Scenario 2015, ha poi vinto il Premio ‘Anima e Corpo del personaggio femminile’ per monologhi originali dell’Associazione Luigi Candoni. Inserito nella rassegna ‘Una stanza tutta per lei’ organizzata a Roma da Marioletta Bideri ha riscosso grande consenso di pubblico e critica come anche al festival Under 32 ‘Maldipalco’ del Teatro Tangram di Torino.



Dopo gli “inferni” di Copi, Elfriede Jelinek, Koltès, Beckett o Pasolini, Andrea Adriatico approda all’opera più esplicita riguardante la pressione sociale come fonte di sofferenza per l’uomo della nostra epoca. E lo fa in una coproduzione che vede coinvolti Teatri di Vita, Akròama T.L.S. e Teatri di Bari, nell’ambito del VIE Festival. Lo spettacolo rientra nel progetto Atlante: “progetto cervicale per chi soffre di dolori al collo, dolori da peso del mondo”, che si sviluppa attraverso gli spazi urbani. Dopo Bologna, 900 e duemila, prima tappa di Atlante negli spazi monumentali del capoluogo emiliano, ecco lo spazio tutto interiore e domestico di A porte chiuse,seconda parte del progetto.

Teatri di Vita

A PORTE CHIUSE

Dentro l’anima che cuoce

 

uno spettacolo di Andrea Adriatico ispirato a Jean-Paul Sartre drammaturgia di Andrea Adriatico e Stefano Casi con Gianluca Enria, Teresa Ludovico, Francesca Mazza e con Leonardo Bianconi con l’amichevole partecipazione di Angela Malfitano e Leonardo Ventura

una produzione Teatri di Vita, Akròama T.L.S. con la collaborazione di Teatri di Bari

Graditissimo ritorno quello dei Teatri di Vita con il loro A PORTE CHIUSE Dentro l’anima che cuoce. Venerdì 10, sabato 11, domenica 12 novembre per “L'Europa è qui” Andrea Adriatico porta in scena Gianluca Enria, Teresa Ludovico, Francesca Mazza e Leonardo Bianconi in uno spettacolo ispirato a Jean-Paul Sartre , drammaturgia di Andrea Adriatico e Stefano Casi, con l’amichevole partecipazione di Angela Malfitano e Leonardo Ventura , una produzione Teatri di Vita, Akròama T.L.S. con la collaborazione di Teatri di Bari . Due donne e un uomo, rinchiusi in un salotto per l’eternità. Quel salotto elegante e perbene è l’aldilà, e la loro convivenza è la condanna dopo la morte, perché “l’inferno sono gli altri”. Jean-Paul Sartre scrive A porte chiuse (Huis clos) nel 1944, firmando uno dei capolavori della drammaturgia europea: un serrato dialogo fra tre morti che protraggono la loro pena semplicemente rigettandosi in faccia verità scomode. Una metafora delle relazioni sociali e della stessa identità, formata dalla prospettiva degli altri. Un’intuizione che rimane sempre potente per la sua capacità di descrivere i rapporti umani, e dunque le aberrazioni e forzature del giudizio altrui, anche 70 anni dopo, nell’epoca in cui il “controllo” dell’altro passa impietoso e violento attraverso i media e i social network, definendo un “inferno globale” che è l’ambiente in cui viviamo.



Da molti anni il Teatro del Lemming conduce un percorso teatrale, unico nel panorama italiano, che si caratterizza per il coinvolgimento drammaturgico e sensoriale degli spettatori. Questa indagine, ricollocando al centro dell’esperienza teatrale la ritualità e il mito, si pone anche come ricerca sui profondi movimenti emotivi che le figure archetipiche inevitabilmente suscitano in coloro che le frequentano. Su queste basi il Teatro del Lemming è andato sviluppando, negli anni, un proprio processo pedagogico. Nei lavori del Lemming, dedicati a piccoli gruppi di spettatori alla volta, non si tratta dunque semplicemente di assistere ad uno spettacolo, quanto piuttosto di esserne completamente immersi e di vivere così una vera e propria “esperienza”.

 

Teatro del Lemming

DIONISO e PENTEO

Tragedia del Teatro

 

in occasione dei trent'anni del Teatro del Lemming

con Alessio Papa, Boris Ventura, Diana Ferrantini, Katia Raguso, Fiorella Tommasini, Marina Carluccio, Elena Fioretti, Rudi De Amicis e Silvia Massicci elementi scenici Ulrico Schettini e Martino Ferrari collaborazione drammaturgica Roberto Domeneghetti musica e regia Massimo Munaro

“Un attore per ogni spettatore. E qui si crea la magia. […].Non capita tutti i giorni di essere abbracciati e accarezzati da uno sconosciuto. Ma è il teatro”. (Gisella Bertuccio - Gazzetta di Mantova)

Forse non è un caso che "Le Baccanti" di Euripide si configuri come l'ultima delle grandi tragedie che ci sono rimaste. Per certi aspetti essa si pone come fine di un genere, e più in generale di un pensiero (quello tragico appunto), ma anche come inizio di quella diversa visione del mondo che sta alla base della tradizione che conduce fino ad oggi e a quel che rimane del teatro moderno. Implicitamente, mettendo in scena come protagonista lo stesso dio del teatro - Dioniso, essa si pone come riflessione sullo stesso statuto di teatralità, sulla sua crisi, sulla sua impossibilità.

Agave e Penteo sono madre e figlio. Accomunati dalla stessa hybris che infondo consiste nel non riconoscimento del proprio lato numinoso (Dioniso era un loro stretto consanguineo). Fra l'isteria della menade Agave che giunge a non riconoscere il figlio e a sbranarlo, e il presunto bisogno di ordine razionale di Penteo che giunge a desiderare di vedere senza essere visto (prototipo dello spettatore moderno) quelle che per lui sono solo agognate sconcezze erotiche, c'è una uguaglianza di segni: entrambi sono strumenti inconsapevoli della vendetta del dio.



Teatro Potlach

DIALOGHI CON TRILUSSA

con Daniela Regnoli    regia Pino Di Buduo

Attraverso alcune delle più belle poesie di Trilussa, l'attrice regala agli spettatori uno spettacolo divertente in dialetto romanesco indirizzato ad un pubblico di adulti e di giovani. Uno spaccato della società del secolo scorso a cavallo delle due guerre che ci permette di riflettere sul nostro tempo e sulla società odierna. E’ tutto poi così cambiato? Sentiremo parlare di amori tragico - comici, di un vecchio porco che decise di lasciare la campagna per entrare a far parte della “buona società”, dell’onestà delle nonne di un tempo, quando l’onore e la dignità non potevano essere comprati da alcun gioiello, o almeno così sembrava. Non mancheranno momenti melanconici, il tempo che passa e scorre senza possibilità di essere fermato, rappresentato dall’inesorabile canto di un uccellino di legno di un orologio a cucù, che scandisce le ore, i giorni, gli anni… Un dialogo, più che un monologo, con il celebre poeta romano che con la sua ironia e la pungente satira è riuscito a raccontare oltre cinquanta anni di cronaca italiana.

"Grande successo per l’esilarante Dialoghi con Trilussa al noto teatro Potlach di Fara in Sabina. L’attrice Daniela Regnoli narra le poesie di Trilussa, imprimendo in modo magistrale passato e presente e coinvolgendo gli spettatori che hanno interagito con viva partecipazione durante la sua performance. L’abile regia di Pino Di Buduo e lo spazio essenziale ma ben disposto del teatro sono sicuramente anche la chiave di volta della rappresentazione." Roberto Naponiello - Il Saggio

 



FLORIAN ESPACE

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