LA CHIAVE DELL'ASCENSORE

 

Il tragico apologo di Agota Kristof con l'aliena chiusa dentro il maniero

 

di RODOLFO DI GIAMMARCO

su La Repubblica 26-11-18

 

 

Resta profondamente impressa nell'iride degli occhi, l'incandescenza bianca della sagomata quarta parete che per un'ora divide il pubblico dello Spazio Diamante dalla messinscena che il regista Fabrizio Arcuri ha riservato a “La chiave dell'ascensore” , succinta pièce che Agora Kristof ha scritto nel 1977, ora data in consegna a Anna Paola Vellaccio per un a solo scisso tra apologo e diario reclusorio.

 

La prima abbagliante sensazione è quella di un orizzonte boreale, di un panorama niveo e distopico infittito di nebbia, dove incombe di spalle una sagoma femminile provvista di lunga chioma bionda e abito candido, lattescente. La regia fa sì che lei, l'interprete, nell'avviare il testo col medioevale e fiabesco “C'era una volta una giovane e bella castellana...”, non appaia subito costretta su una sedia a rotelle. Con aria calma, senza mai porgere il volto alla sala, Anna Paola Vellaccio declina la saga della ragazza che, fervida, ospita per poco nel suo maniero un effimero principe, invecchiando e poi morendo in attesa vana d'un suo ritorno. Solo dopo, l'autrice ungherese le riserva toni più prosaici, per l'analogia con la disavventura d'una donna prossima ai tempi nostri, domiciliata col marito in una stanza alta d'un edificio di campagna, il cui unico legame col mondo è un ascensore provvisto di chiave con accesso pari a quello di una cella. All'indomani di uno strano incontro lei si vedrà negato l'uso della chiave, e diverrà segregata, come le donne detenute di tante orride cronache. E le sue patologie da isolamento verranno risolte, grazie alla complicità d'un medico, con progressive mutilazioni dei nervi del corpo: gambe, orecchie, occhi. Ora la donna sì è liberata della sua parrucca da fabliau, e sta su una carrozzina per disabili. Lo spettacolo s'avvantaggia molto d'un soggetto torturato ma liliale, inconsapevole. Merito di un impianto che da preraffaellita tende all'artificiale, all'alieno, all'androide. Con un contributo intenso dell'interprete, che ha in extremis una reazione furiosa, con toni da fantascienza allucinata e visionaria, senza smettere però d'essere umana.

 


Tu Mia

 

Nella stagione "Teatro d'Autore e altri linguaggi" del Florian Metateatro Centro di Produzione Teatrale di Pescara ha debuttato, giovedì 1 novembre, lo spettacolo di danza contemporanea della Compagnia Atacama “Tu Mia” di e con Patrizia Cavola e Ivan Truol.

 

In scena ci sono dei neon di colore bianco e i corpi dei due interpreti danzatori. I primi minuti rappresentano il finale della storia che si vuole raccontare, quella di un femminicidio. Uno spettacolo che ripercorre a ritroso questo terrificante avvenimento.

 

Dall’ inizio dello spettacolo si instaura empatia e intesa tra gli interpreti e gli spettatori.

 

Una coppia, un uomo e una donna, si seguono l’ un l’ altra senza separarsi mai, sembra ci sia sintonia tra di loro; un gioco di contrasti si sussegue durante la performance , un amore odio, un bene male: una scena emblema di questo contrasto è quella in cui l’ uomo si prende a pugni in fondo al palcoscenico, una violenza che si autoinfligge. Successivamente, durante la registrazione sonora di quegli stessi tonfi della mano che si percuote contro il corpo del ballerino, sarà astrattamente la donna a subire la violenza: uno scambio di parti che sorprende il pubblico. Durante questa scena la canzone di accompagnamento è una canzone d’ amore, un amore malato.

 

Le luci aiutano a focalizzare le scene passando dall’ insieme al dettaglio, al piccolo, sottolineando determinati momenti come quello dell’ abbraccio dopo l’ inseguimento dei due. Tutto lo spettacolo non è parlato ma danzato e la danza, insieme alle luci e alla musica, ci restituisce un chiaro messaggio, traspare l’ espressione della parola anche se questa non vi è.

 

La cosa più inquietante di questa realtà riportata a teatro è che quello che è successo non è successo per strada o chissà dove ma dentro casa. Lo spettacolo fa riflettere, fa pensare e lascia con delle domande. Non è forse questa l’ arte del teatro?

Il pubblico del Florian ha tributato molti calorosi e meritati applausi.

 

Alessandro Vellaccio


 

SCENARI EUROPEI 2018 – DIARIO DEL FESTIVAL a cura di

 

Paolo Verlengia

https://www.teatrionline.com/

 

 

GIORNO #1

 

Come consuetudine, la stagione teatrale di Pescara trova la sua apertura formale nel festival “Scenari Europei”, immancabile ed inconfondibile appuntamento settembrino ideato da Florian Metateatro da ormai qualche anno. Ricchissimo il cartellone dell’edizione 2018, caratterizzata fortemente dalla contaminazione dei linguaggi artistici: una sezione dedicata alla video-arte ha arricchito una formula solidamente collaudata all’insegna del intreccio fecondo tra teatro, performance e musica. Confermati anche gli incontri tra pubblico e compagnie a fine serata, sorta di “terza pagina” virtuale imbastita al momento, suggellata nelle giornate conclusive dagli “editoriali” del maestro Pippo Di Marca.

 

La partenza è formidabile, grazie al duo Sirna/Pol con i loro Giardini di Kensington. (trilogia in progress, qui presentata nella forma dei suo primi due quadri)

 

I due giovani artisti riescono nel compito forse più difficile nel lavoro di scena, che è quello di sviluppare una propria cifra teatrale. In questo caso, la firma stilistica si condensa attorno ad una miscela molto ben calibrata di rigore e humour, di perfezione estetica e leggerezza, riuscendo a mantenersi costantemente e gustosamente sul limite dei due poli.

 

In questo modo, lo spettatore è avvinto dalla novità di un linguaggio inedito anche quando drammaturgicamente si gioca con dei piccoli “classici” di scuola, come l’incomunicabilità o l’esito solipsistico di dialoghi esistenti solo nella forma. Il missaggio trattenuto di partiture gestuali e recitazione produce una ambiguità seducente e profonda, in cui ogni situazione, ogni scambio ed ogni immagine proiettano l’ombra di un senso ulteriore, il sospetto di un secondo piano di interpretazione, accompagnato sullo sfondo da un elettrizzante aura di minaccia.

 

Foto di Paolo Verlengia

 

La “temperatura” della serata era stata preparata adeguatamente dal quartetto jazz di Flavio Piermatteo (sax), Bruno Contin (piano), Daniele Mammarella (chitarra e voce) e Umberto Matera (percussioni). Performance travolgente per una formazione promettentissima, capace di legare la “classicità” degli standard jazz con la veracità delle work songs (le canzoni con cui lavoratori e operai accompagnavano l’attività manuale), senza negarsi la licenza di rivisitazioni più “irriverenti”.

 

CREDITS:

 

I GIARDINI DI KENSINGTON

Genere: Prosa

uno spettacolo di/con Elisa Pol e Valerio Sirna

 disegno luci: Mattia Bagnoli

 Elaborazione suono: Flavio Innocenti e Valerio Sirna

 Scultura: Mattia Cleri Polidori e Giulia Costanza Lanza

 Collaborazione tecnica: Nikki Rodgerson/Mutoids

 con il sostegno di Nerval Teatro, Residenze Armunia, Festival Inequilibrio di Castiglioncello, Santarcangelo Festival Internazionale

 

GIORNO #2

 

Il topos della diversità culturale sembra contraddistinguere la seconda giornata del festival SCENARI EUROPEI, edizione 2018. Con Tra la polvere dei resti la compagnia emergente Rueda Teatro intende occuparsi del tema dell’immigrazione nei suoi aspetti sociali e drammatici, mostrando al pubblico quello che appare l’esito iniziale di un percorso artistico e formativo da compiere, mentre Nostos di Irida Gjergji e Flavia Massimo si addentra nei territori dell’etnico.

 

Nostos è un lavoro musicale, ma trova nello spazio teatrale la sua collocazione forse migliore, per via della raffinatezza degli effetti ricercati e del senso di intimità irradiato. Esito di una ricerca operata nel repertorio delle canzoni tradizionali balcaniche (Albania, Romania, Bulgaria), Nostos è un concerto che si fa spettacolo perché riesce a raggiungere punte di spettacolarità senza mai trascendere la purezza di una essenzialità di fondo. Le sonorità eleganti e passionali di viola e violoncello si fondono con la vocalità ora accorata ora divertita, ma sempre carica della memoria popolare dei brani, rivisitati con originalità. Interessanti intersezioni tra sonorità acustiche ed elettroniche, tramite l’uso di campionature registrate al momento, così come le incursioni coreografiche di Stefania Petraccia riescono a conferire sottolineature corporee nervose senza mai oltrepassare il confine del protagonismo scenico.

 

Giulia Fonzi completa il programma della rassegna di video-arte da lei curata nelle prime due giornate del festival. La selezione dei lavori presentati ha contribuito a creare l’effetto di un viaggio sensoriale per il pubblico, coinvolto nel flusso vertiginoso di linguaggi e prospettive differenti proposte in rapida successione.

 


CREDITS:

 

TRA LA POLVERE DEI RESTI

 di Laura Nardinocchi e Francesco Gentile

 (Ispirato a “Emigranti” di Mrozek)

 con Leonardo Bianchi, Francesco Capalbo

 Genere: Prosa

 Regia: Laura Nardinocchi

 Musiche: Francesco Gentile

 Scene: Giuliano Napoletano

 

 

 NOSTOS (una fanfara transadriatica)

 di Irida Gjergji e Flavia Massimo

 Genere: Musicale

 Irida Gjergji (viola)

 Flavia Massimo (violoncello)

 Intervento danzato Stefania Petraccia

 

 

 RASSEGNA VIDEO-ARTE

 a cura di Giulia Fonzi

 Motivation Letter” (2017) di Lucia Bricco (Torino) – durata 4’34”

 Gaitanaki” (2016) di Despina Charitonidi (Atene) – durata 3’22”

 Prox(imity)” (2017) di Angela Belmondo (Bergamo) – durata 7’51”

 Inland Images” (2018) di Giuliana Liberatore (Ortona) – durata 4′

 

 

 

GIORNO #3

 

La terza serata è quella che meglio esprime la vocazione internazionale del Festival Scenari Europei.

 

E toi” di Carolina Van Eps e Francesca Saraullo è una performance basata su di uno studio dello spazio intermedio, ovvero lo spazio inteso come distanza tra due persone, ma anche come elemento vivo, capace di influire attivamente su chi lo abita. Il duo – di stanza a Bruxelles – riesce a condensare il portato filosofico del progetto (Perec, Duchamps, Derrida) in una performance “di sostanza”. Il movimento convulso e mai compiaciuto sviluppato dalle performers riesce a visualizzare ed animare lo spazio indagato: il gesto corporeo appare stendersi e contrarsi in reazione agli spostamenti dell’aria, che da apparente vuoto si fa dunque presenza fisica tenace. In determinati frangenti, i due corpi in scena appaiono più agiti che agenti, scossi da un flusso energetico che proviene dall’esterno e li trapassa. In questo modo, ciò che si crea davanti ai nostri occhi non è più l’esecuzione di una coreografia o di una partitura prefissata, quanto uno “spogliamento” della finzione scenica. Ciò che resta è inevitabilmente la rivelazione della realtà: il movimento umano nella sua dimensione pura ed ingenua, infante e ferina, sottratta alle convenzioni della cultura e del tempo.

 

Revolution di Teatro Zeta (L’Aquila) viene presentato in anteprima in Italia proprio a Scenari Europei 2018, dopo il debutto al Fringe Festival di Edimburgo. L’allestimento di Rolando Macrini sorprende per la chiave dolente e riflessiva con cui viene trattato il tema della rivoluzione, solitamente oggetto di reinterpretazioni artistiche a dir poco facili e romantiche. Ma lo spettacolo riesce a convincere anche per il suo linguaggio estetico avvolgente, terreno su cui viene coniugata ogni meditazione storica, sociale e filosofica, su cui pure il lavoro poggia solidamente. Manuele Morgese assicura una performance energica e poliedrica, esibendosi in un pastiche plurilinguistico (partenopeo, inglese, grammelot) non solo idiomatico. Lo spazio scenico – pur agito dentro una superficie minima – si moltiplica e ripiega ripetutamente, grazie all’impiego brillante di video-camera e videoproiezione. Meno vistoso ma non meno importante il contributo delle tracce sonore (composte da Rasmus Zschoch e lo stesso Rolando Macrini), che sostengono contrappuntisticamente l’interezza dell’azione.

 

Elegante intermezzo musicale quello proposto tra i due spettacoli dal soprano Maria Chiara Papale, accompagnata al pianoforte da Alessio Faraone, impegnati in un variegato percorso di romanze e brani d’opera (Puccini, Mozart, R. Schumann, F.P. Tosti).

 

CREDITS:

 

ET TOI

 di/con Francesca Saraullo e Carolina Van Eps (Bruxelles)

 Genere: performance/danza

 

 

REVOLUTION

con Manuel Morgese

Genere: Prosa

 Regia: Rolando Macrini

 Assistente regia: Sara Iaccarella

 Musiche originali: Rasmus Zschoch e Rolando Macrini

 Collaborazione: La Mama Experimental, Theater-Umbria International

 Produzione: Teatro Zeta (L’Aquila)

 

 GIORNO #4

 La giornata conclusiva di Scenari Europei 2018 cade nell’ultimo giorno d’estate, segnando un vero e proprio rito di passaggio come avveniva al teatro nel tempo antico.

 

Neve di Carta, diretto da Daniele Muratore, è uno spettacolo che ha la capacità di raggiungere con immediatezza il pubblico sul terreno dell’emotività. In questo, svolge un ruolo notevole la performance di Elisa Di Eusanio nei panni di Gemma, anima semplice impegnata a convivere con il passato e la costruzione ostinata di un futuro immaginario nella clausura forzata del manicomio. Più complicata la prova di Andrea Lolli, per via di un personaggio meno solido sul piano drammaturgico. Il suo Bernardino è naiv quanto Gemma, senza averne però motivazione, il che regala al dramma una ideale parità dei due protagonisti, ottenuta però gratuitamente e dunque fragile. Il testo di Letizia Russo (ispirato al volume di Anna Carla Valeriano “Ammalò di Testa”) non convince sempre nelle scelte linguistiche in relazione allo spessore drammaturgico dei personaggi. Daniele Muratore conferma il suo interesse per la tematica sociale, e forse ancor di più per la drammaturgia legata alle vicende storiche o ad eventi “minori” realmente accaduti, propendendo in questo caso per un piano di regia più trattenuto del solito.

 

Il trio Amor Vacui di Padova chiude in allegria il programma con Intimità, Menzione Speciale al Premio Scenario 2017. Le dinamiche amorose nelle varie declinazioni, dall’adolescenza alla maturità, vengono indagate con gusto e buon senso dei tempi di scena. Per impianto, il lavoro si colloca nel “capitolo” degli spettacoli che si prestano ad essere allestiti tranquillamente in spazi non teatrali: la scena è nuda e solo in un paio di momenti viene sfruttata l’illuminotecnica, in misura peraltro non determinante. Seminudi sono invece i tre attori, allineati ed inermi di fronte al pubblico come in una visita medica. Il tono dello show è quello rilassato del cabaret, ma lo spettacolo mimetizza una sua formalizzazione pienamente strutturata. Così, in questo trionfo della nudità (corporea, psicologica, scenica), il pubblico divertito quasi non si accorge della burla più effettiva: l’esistenza di una quarta parete in pieno stile posta davanti ai propri occhi.

 

Meritano menzione i giovanissimi componenti del Junior Guitar Ensemble, diretti dal Maestro Antonello Antonucci, protagonisti di un pregevole intermezzo musicale tra i due spettacoli (Vivaldi, Gershwin, Albeniz, G. Miller).

 

 

CREDITS

 

NEVE DI CARTA

 con Elisa Di Eusanio, Andrea Lolli

 Testo: Letizia Russo

 Regia: Daniele Muratore

 Luci: Camilla Piccioni

 Aiuto regia: Valentina Fois

 Scene: Azzurra Angeletti

 Costumi: Angela Di Eusanio

 

INTIMITÀ

 di Amor Vacui (Padova)

 con Andrea Bellacicco, Eleonora Panizzo, Andrea Tonin

 Genere: Prosa

 Testo: Lorenzo Maragoni, Andrea Bellacicco, Eleonora Panizzo, Andrea Tonin, Michele Ruol

 Ideazione e Regia: Lorenzo Maragoni

 Luci: Elisa Bortolussi

 Organizzazione: Silvia Ferrari

 Produzione: Teatro Stabile del Veneto/La Piccionaia

 Collaborazione: Armunia/Festival Inequilibrio Castiglioncello

 

SCENARI EUROPEI 2018

 

Genere: Festival

Direzione Artistica: Giulia Basel

Direzione Artistica: Massimo Vellaccio

Collaborazione: Flavia Valoppi, Anna Paolo Vellaccio, Umberto Marchesani

Organizzazione: Ilaria Palmisano, Emanuela D’Agostino, Annalica Bates

Tecnica: Edoardo De Piccoli, Renato Barattucci

Grafica: Antonio Stella

Produzione: Florian Metateatro


“A NUMBER” DI CARYL CHURCHILL, TEATRO LIBERO PALERMO
Andato in scena il 9 e 10 Febbraio 2018 al Florian Espace, Pescara


Il Teatro Libero Palermo festeggia cinquant'anni di vita e lo fa portando in scena un'autrice come Caryl Churchill, una delle esponenti di punta della drammaturgia inglesecontemporanea. La scelta del testo segnala di per sé la presenza di una linea di ricerca piuttosto precisa da parte del regista Luca Mazzone. “A Number” è infatti un testo della produzione più matura di Caryl Churchill, nota al pubblico più vasto per lavori diversi sia in termini di datazione che per contenuti. Il segno distintivo di “A Number” è senza dubbio l'impronta maschile del dramma, incentrato sul confronto seriale tra un padre e ciascuno dei suoi figli, tutti maschi e tutti identici, almeno a prima vista, dato che sono stati generati tramite clonazione in vitro. Churchill ambienta la vicenda in un contesto distopico ma non fantascientifico e neppure futuribile, bensì tecnicamente plausibile nel presente grazie ai raggiungimenti dell'ingegneria genetica. Il tutto in scena crea una situazione drammaturgica decisamente carica ma sostanzialmente epica, dove il plot si dispiega progressivamente all'indietro, secondo le modalità che contraddistinguono il “giallo”. I singoli frammenti di rivelazione che scaturiscono da ogni singolo dialogo si accumulano come tessere che ricompongono laboriosamente il mosaico della verità. Ed i dialoghi vengono così ad incamerare la tensione spietata del confronto, che talvolta si fa quasi esplicitamente fisico. Il fluire dell'azione si spezza con ritmicità singhiozzante in una serialità “clonata” di scene rigorosamente “a due”, che si susseguono come ritorni di apparenti dejà vu. Sul piano più squisitamente scenico, un tale meccanismo drammaturgico assicura una solida coerenza stilistica e semantica, ma rischia contemporaneamente di zavorrare l'andamento dello spettacolo sul terreno della fissità. Il tutto sembra rientrare in un pericolo calcolato -e persino ricercato- da un piano di regia asciutto fino agli estremi della sottrazione: il disegno scenografico traccia il perimetro di un non-luogo che irradia la luce dell'universalità (di tempo e di spazio) sulla superficie di un rettangolo bianco dalla nettezza clinica, sottolineato da luci di scena “a vista”. Una grande sedia di legno -immancabilmente bianca- costituisce l'unico elemento fisico che si frappone tra i corpi dei due attori, condizionando la dinamica della recitazione ed instradandola verso le forme di una danza dell'immobilità (dai rimandi prossemici vagamente “psicanalitici”). L'assenza dominante di azione vera e propria disarticola l'espressione, che viene fotografata nello stadio involuto del balbettamento e dell'implosione. Tuttavia, il risultato principale della regia minimale dosata da Luca Mazzone sta nel conferire centralità proprio alla parola, liberata dalla concorrenza prodotta dalla presenza di ogni altro elemento scenico distraente ed esposta in tutta la sua impotenza, in tutto il suo limite organico, eppure riscoperta nella sua funzione di strumento unico ed ultimo per la comprensione della realtà. Perché “A Number” è un testo per certi versi classico, che poggia sul concetto spesso demodé di teatro come luogo (e linguaggio) deputato al dibattito su questioni sociali ed etiche. Il testo, ricco di frasi spezzate ed accenni -secondo un concerto di understatement tipicamente british- pone sfide continue al lavoro dei due attori in scena, Giuseppe Pestillo e Massimo Rigo, ma l'alchimia peculiare dello spettacolo produce un effetto distanziatorio, per cui è proprio il dramma dei personaggi a non farsi mai tangibile, isolando lo spettatore in una condizione lucida e straniata, mai coinvolta sul territorio dell'empatia o della pietà umana.
Paolo Verlengia


TEATRIONLINE.COM
https://www.teatrionline.com/2018/02/a-number-di-caryl-churchill-teatro-libero-palermo/
CREDITS
“A NUMBER”
testo: Caryl Churchill
traduzione italiana: Monica Capuani
scena e regia: Luca Mazzone
con Giuseppe Pestillo e Massimo Rigo
costumi: Lia Chiappara
disegno luci: Mario Villano
produzione: Teatro Libero Palermo (Centro di Produzione Teatrale)
Florian Metateatro, Stagione 2017/18 “Teatro d'Autore e altri linguaggi” / ciclo
“L'Europa è qui”


"APPUNTI PER UN'ORESTEA NELLO SFASCIO" di
Terry Paternoster (INTERNOENKI)

Andato in scena il 24 e 25 Febbraio 2018, Spazio Matta, Pescara


Presentato in anteprima nazionale a Pescara nelle giornate del 24 e 25 Febbraio l'ultimo lavoro di Terry Paternoster. "Appunti per un'Orestea nello Sfascio" rappresenta il primo esito di una lavorazione lunga e vasta, che è passata tramite una pastosa serie di workshop rivolti a studenti di dipartimenti universitari ed allievi di accademie, cullando parallelamente il progetto di una realizzazione cinematografica. La dicitura "Appunti" segnala il grado progressivo di un lavoro che continua a ricercare la sua forma, mostrandosi nella sua instabilità, nella sua problematicità, nella sua irrisolutezza febbrile. Perchè il teatro di Terry "Terribile" Paternoster persegue una sorta di mandato, sicuramente una vocazione, che rifugge come una malattia perniciosa il rischio del consenso docile. Questa "Orestea" in progress cerca se stessa mescolandosi con le criticità dell'oggi, secondo quelli che sono i dettami del teatro incivile postulato dalla stessa Paternoster. I materiali del mito classico e della tragedia sono ingredienti immancabili di questo "format", o meglio gli strumenti operativi prescelti per aggredire il materiale, macerare l'idea, costruire la drammaturgia ed affinare il piano di regia. Proprio la drammaturgia dell' "Orestea nello Sfascio" mostra una consistenza stratificata, tipica del performance text, di un testo ovvero che si è rimodulato con il lavoro di scena, forse anche scritto sulla scena in qualche sua parte. Quasi uno zapping televisivo tiene assieme i singoli quadri, simili a veri e propri numeri di varietà che si succedono sul palco di un cabaret postmoderno, ma questa fattura eterogenea ben si attaglia alla prospettiva del protagonista, di questo nostro inedito Oreste, cittadino italiano, abitante della Terra dei Fuochi. Sono le sue percezioni quelle che si prestano ai nostri occhi ed ai nostri sensi nelle sequenze iniziali; è per contagio ricevuto dal suo eroe che la scena si incendia di balzi schizofrenici, di cadute esanimi e di assoli istrionici repentini. Lo spettacolo esordisce travolgendo con prepotenza lo spettatore, miscelando un'energia massiva con lo stordimento apportato da una leggerezza lontanissima dal mito classico. Le luci di scena sostengono il quadro di una visione allucinata ed il ritmo fortemente pop dell'azione. C'è un'elettricità esplosiva, una rabbia sofferta esalata da un dolore antico e compresso. La miscela di questo mood ricorda in qualche striatura certi tratti di Full Metal Jacket, ma la mente va anche a Natural Born Killers per quella capacità di autoparodiarsi da parte della tragedia, di declinarsi in salsa pop, travestendosi nel tempo breve di uno spot nei panni della sitcom, e tutto questo per il solo gusto di schernirsi, di auto-ledersi, per aggravare la propria natura tragica con la smorfia grottesca del clown. E così non sorprende affatto il progetto di un adattamento filmico pensato da Terry Paternoster per questa sua personalissima Orestea, perché il montaggio è la struttura portante, persino il linguaggio che la sostiene in scena. Altrettanto tipico del "teatro incivile" di Terry la "Terribile" (come
abbiamo imparato a conoscerlo con "Medea Big Oil") è l'irrompere di un "secondo tempo", di un momento analitico che contrasti l'effetto estetizzante delle scene performative. Oreste esce dalla bolla di una prolungata e forzata fase "egocentrica" che lo piroettava come una rock star dolente tra il lettino disperante di un centro psichiatrico ed il dance floor dell'esibizione (o dell'esibizionismo). L'ingresso di Elettra instaura gradatamente un dialogo di matrice quasi classica per struttura, che ricostruisce l'antefatto e prepara l'azione, con i personaggi chiamati ad una coerenza psicologica. A questo punto il pubblico è intento solo a capire chi è il colpevole e cosa succederà, quasi avesse rimpiazzato il ruolo di quel coro espunto dalla tragedia classica. La scena stacca la spina della giocoleria e degli effetti piorotecnici. Il dramma di Oreste va incontro al confronto decisivo dove va sciolto ogni dubbio principesco. Essere o non essere?
Paolo Verlengia


"APPUNTI PER UN'ORESTEA NELLO SFASCIO"
testo e regia di Terry Paternoster
con Venanzio Amoroso e Patrizia Ciabatta
assistenti: Eleonora Cadeddu, Pierfrancesco Rampino
luci: David Barittoni
scenotecnica: Ambramà
produzione: Officine del teatro italiano
in coproduzione con Florian Metateatro Centro di produzione Teatrale
con la partecipazione e il sostegno di Internoenki Teatro Incivile


“4:48 PSYCHOSIS” DI ENRICO FRATTATOLI
Andato in scena il 13 gennaio al Florian Espace, Pescara


Anteprima nazionale al Florian Espace di Pescara per 4:48 Psychosis di Enrico Frattaroli, “sinfonia per sola voce” elaborata dal testo più estremo di un'autrice estrema come Sarah Kane. Per il teatro odierno fare i conti con la drammaturgia della Kane rappresenta un passaggio quasi dovuto, uno snodo che prima o poi chiama all'appello gli artisti della scena, quanto meno per contribuire allo sguardo su di una scrittura che attende ancora un giudizio compiuto, scevro dall'aura “maledetta” irradiata dal destino tragico della scrittrice. Frattaroli sembra voler riempire alacremente l'insieme dei quesiti ancora aperti, andando a scegliere -nel canone fatalmente breve della Kane- il titolo meno catalogabile, quello più esposto al dubbio: 4:48 Psychosis è un testo teatrale? È un testo rappresentabile? Oppure si tratta di un prezioso documento personale, il lascito vibrante di una sensibilità lucida e capace di analizzarsi fino al momento del limite ultimo, ma nulla più di una testimonianza individuale, dunque organicamente posizionata al di qua del territorio dell'arte? Teatralità, rappresentabilità, artisticità: Frattaroli -per il tramite della sua messinscenanon mostra oscillazioni di giudizio, sentenziando energicamente a favore delle ultime due categorie, declinando per contro la prima con eguale recisione. In questo passaggio concettuale risiede il fattore-chiave dello spettacolo ma anche la “molecola” decisiva per la rappresentabilità di 4:48 Psychosis, l'antidoto che libera il testo dal suo maledettismo lettarario: rifiutare sul nascere la ricerca di ogni sostanza drammaturgica non rappresenta soltanto un piano di regia, bensì è l'unica via percorribile per mettere in scena l'ultima opera vergata da Sarah Kane, il suo lascito personale ed artistico. L'intuizione di Frattaroli è dunque semplicemente giusta oltre che brillante, ma soprattutto è comprovata dalla sua funzionalità scenica ben più che dagli argomenti: il rigoroso mono-tono di Maria Teresa Pascale, intervallato da parentesi e cambi di marcia repentini, funziona maledettamente bene sulla liquidità della tela sonora intessuta con precisione millimetrica da Frattaroli, un missaggio accattivante che viaggia senza forzature da Gustav Mahler a PJ Harvey, e che sostiene costantemente la performance attorica anche oltre i passaggi formalmente musicali, come un fiume (joyciano?) di presenze sensoriali prima che sonore, di contrappunti sia vocali che scenici. Risiede qui un saggio di teatro e di teatralità, come dimensione in cui ogni elemento non è mai solo suono, solo oggetto o solo significato, bensì ognuna di queste cose contemporaneamente, grazie alla moltiplicazione semiotica che ciascuna di esse acquisisce all'interno di quel moltiplicatore che è il linguaggio teatrale, se trattato consapevolmente e sapientemente. Così, la solitudine totale di Sara Kane in 4:48 Psychosis è già un coro, è già una moltitudine, popolata da demoni e da testimoni, invisibili eppure attivi: non necessita di empatia né di partecipazione da parte del pubblico. Ecco perché può essere recitata con distacco in termini di immedesimazione tra attrice e testo, ritrovando la sua adesione totale alle parole solo come gocce di un magma poetico, come forme alle quali si può aderire soltanto tramite una scelta formale. Nella perfezione delle maglie metriche e musicali fissate da Frattaroli, Maria Teresa Pascale non commuove mai, ma ci trascina non di meno nella sensorialità tentacolare di 4:48 Psychosis, rendendo vita ai singulti che sono impliciti nelle singole sillabe, nei singoli sintagmi, nei passaggi di immaginifica manipolazione verbale in cui la scrittrice esperiva ed esauriva senza risparmio il suo slancio vitale, immergendosi nelle onde di un rapporto totale, quasi fisico e palatale, con le possibilità della lingua. Perché 4:48 Psychosis è anche questo, la fotografia di un atto di abbandono duale, diametrale da parte di Sarah Kane: un abbandono alla seduzione della lingua prima che un abbandono della vita, ma soltanto la corporeità di una messinscena è in grado di farlo affiorare alla vista ed alla vita. Il concept congegnato da Enrico Frattaroli disvela dall'inchiostro inerte del testo l'opera di erotizzazione linguistica che Sarah Kane compie più che mai nella sua ultima creazione, liberata dal condizionamento delle convenzioni teatrali. Una madrelingua declinata, reinventata, riscoperta nel suo ruolo di lingua madre, a cui tornare come placenta, come infinito in cui il tempo non esiste. In cui nulla muore, in cui solo si nasce. Persino la temibile serie di verbi (desunti dalla teoria dell'effort di Laban) che compare nella seconda parte del testo, non si traduce in scena come quel vuoto che si paventa e spaventa già alla sola lettura. In questa preminenza pregnante della componente linguistica, la visualizzazione di stralci testuali ci sta tutta e costituisce ben più di un orpello estetico o di una variazione. Il fondale funziona come parete “ottica” dove scorre l'altro contrappunto alla recitazione, rappresentato dalla proiezione di figure mobili, quasi vive, teatralizzate anch'esse e “sorprese” nel loro farsi all'interno del qui ed ora. Le immagini per la maggior parte ritraggono con raffinatezza neo-gotica spazi vuoti e fessure ritagliate, spalancate come arti, dove respirano in equilibrio tremulo l'aspirazione alla fuga e l'invito al congiungimento. La solidità della cifra concertistica, individuata con acume e composta con finezza da Enrico Frattaroli, fa sì che risultino meno convincenti i momenti di sospensione, volontaria o accidentale: ci si riferisce alle brevi scene poste ad inizio e conclusione dell'azione, ma anche ai passaggi invettivi, dove il testo sfugge al controllo e scivola fatalmente nei domini del recitato. Di pari grado, nei dialoghi tra la “Sarah-paziente” e lo “psichiatra-demiurgo” non si realizza mai la cesura ricercata. Dal canto suo, la scena non si coniuga con l'accuratezza essenziale che sostiene i momenti migliori dello spettacolo: un arcipelago piuttosto semplicistico di fogli accartocciati sul palcoscenico, addizionati secondo una linea stilistica oscura ad un paio di bauli fintamente antichi ed esteticamente pretenziosi, tenta di mimetizzare -vanamente ed erroneamente- la nudità scabra (ma genuinamente perfetta) di un laboratorio vocale, costituito da un insieme magnificamente seriale di postazioni tecniche, in cui i bracci -ora flessi ora distesi- dei microfoni ad asta puntellano con nettezza le profondità dello spazio, quasi i punti cardinali sciolti dal quadro di una bussola, rimescolati come dadi prima di un salto nel buio.
Paolo Verlengia


CREDITS
“4:48 PSYCHOSIS” di Sarah Kane
in forma di“sinfonia per sola voce” di Enrico Frattaroli
con Maria Teresa Pascale
video, scena e regia Enrico Frattaroli
elaborazioni musicali da Gustav Mahler
voce soprano in audio Patrizia Polia
responsabili tecnici Renato Barattucci, Edoardo De Piccoli
assistente alla regia Giorgia Sdei
cura Giulia Basel
produzione Neroluce/Florian Metateatro


 

 

PALLA AL CENTRO 2018 A PESCARA
IL REPORT CRITICO DI ROSSELLA MARCHI

 

La vetrina Palla al centro 2018 si è tenuta in una splendida e calda cornice marina.

 

Quest’anno infatti la vetrina è stata presentata in Abruzzo e ci ha visto ospiti di Florian Metateatro a Pescara. Tre giorni fitti di spettacoli provenienti per la maggioranza, come tradizione, dalle tre regioni coinvolte nel progetto, Abruzzo, Marche e Umbria ma con alcune aperture ad altre regioni come il Veneto, la Lombardia, la Liguria, il Lazio, la Puglia e la Sardegna.

 

Ci ha piacevolmente colpito la partecipazione dei bambini alla manifestazione segno di un evidente lavoro sul territorio e di una vitale risposta del pubblico alle proposte di teatro ragazzi del Florian. La presenza di bambini e ragazzi, sempre importante anche per gli operatori del settore, ci ha permesso quindi di disporre del determinante punto di vista, derivante dalla loro reazione. Gli spettacoli si sono avvicendati sui palchi del Teatro Flaiano, bello spazio in riva al mare, e del palco montato nella sua pineta, del Centro Culturale Aurum, uno spazio all’aperto con un’incantevole terrazza dalla quale poter ammirare splendidi tramonti, del Teatro D’Annunzio sempre all’aperto e, per la prima volta, del Florian Espace stesso, l’interessante spazio di creazione, casa di Florian Metateatro.

 

Appassionante e ben riuscita l’iniziativa Palla al centro tra i libri, svoltasi dentro a librerie e biblioteche della città e dei paesi limitrofi, all’interno della quale i bambini hanno potuto approfondire prima i testi che avrebbero visto poi rappresentati dalle compagnie presenti nella vetrina, e cimentarsi, grazie al laboratorio Critici in Erba quest’anno alla sua seconda edizione, a vedere con occhio critico gli spettacoli.

 

Molti i linguaggi esplorati nel cartellone: dal teatro di narrazione al circo contemporaneo, dal teatro di figura e d’ombre al teatro d’attore con musica dal vivo.

 

 

Potremmo chiamare questa edizione della vetrina “Delle Rivincite e delle Occasioni Perse' (ma la rivincita è sempre possibile…) oltre ad alcune conferme in positivo o in negativo dei lavori presentati.
Tra le conferme positive sicuramente “Un Babbo a Natale” del Teatro Pirata di Jesi. Una storia da raccontare all’interno di una cornice natalizia che finalmente non parte dal Natale per raccontare una storia ma parte dalla storia per raccontarci il Natale. In scena due bravi cant-attori Valentina Grigò ed Enrico Marconi con i bellissimi pupazzi di Marco Lucci, la regia di Simone Guerro e la drammaturgia di Aniello Nigro e Simone Guerro. Un uomo, Roberto, odia tutto e tutti e il Natale è il periodo che detesta maggiormente. Nonostante questo deve lavorare presso un centro commerciale facendo l’animatore vestito proprio da Babbo Natale. Sarà qui che, al momento della chiusura, rimarrà nel centro commerciale insieme ad una bambina che lo segue ovunque vada. I due piano piano cominceranno a conoscersi fino a quando Roberto, abbandonate le iniziali resistenze, non comprenderà l’importanza dell’affetto nella propria esistenza e deciderà, dopo aver passato il cenone di Natale più bello e significativo che potesse avere, di adottare la piccola rimasta sola. Lo spettacolo di grande qualità sia per i bravi Valentina ed Enrico che per l’abilità nell’animare il pupazzo ha il pregio di una buona drammaturgia e di una puntuale regia che ci porta sulle ali dei buoni sentimenti senza la retorica su cui si potrebbe facilmente cadere. Un piccolo neo facilmente superabile: in alcuni punti lo spettacolo risulta un po’ “diluito” e all’inizio con una, anche se godibilissima, canzone di troppo.

 

Interessante anche se, a nostro avviso non per ragazzi, la narrazione di Caterina Fiocchetti dal titolo “Madonna” che nasce dai racconti della scrittrice Rina Gatti, contadina vissuta a cavallo delle due guerre che racconta la sua storia di crescita, attraverso il diventare moglie e madre, l’acquisizione di una coscienza politica e la sua battaglia per l’emancipazione. Molto brava l’attrice che riesce a trasmettere in modo efficace l’urgenza di raccontare che questa scrittrice contadina ha sentito sulla soglia dei suoi 65 anni e che l’ha spinta con grande tenacia a scrivere di sè. Molto ben strutturato anche il commento musicale del violoncello di Andrea Rellini che ben si lega alla parola e contribuisce a rendere speciali i 30 minuti della versione ridotta ai quali abbiamo assistito.

 

 

 

Atmosfere oniriche e immagini poetiche per Ballata d’Autunno, bell’esempio di circo contemporaneo del Teatro nelle Foglie, compagnia ligure che opera anche a Barcellona dove fonda uno spazio dedicato alla ricerca: una fabbrica delle idee. L’immaginario surreale e noir, senza una meta precisa se non quella di evidenziare come il percorso sia la meta stessa, ci porta in ambientazioni incantate estremamente curate. L’atmosfera è quasi in bianco e nero se non fosse per le palline rosse con cui il protagonista giocola con grande maestria. Per il duo composto da Marta e Nicolas non ci sono segreti in terra come in cielo di cui sono padroni proprio perché nulla chiedono se non di esperire tutto. Belli e bravi questi due personaggi svagati a metà tra un’illustrazione di Benjamin Lacombe e un personaggio dei film di animazione di Tim Burton.

 

 

 

La storia della genesi del mondo raccontata da Proscenio Teatro con uno spettacolo per i più piccoli “Punto e Punta” narra di un piccolo punto nero che vive in un enorme spazio bianco fino all’arrivo di una punta che dividendo il punto nero ne crea due che a loro volta dividendosi ne creano altri due procedendo all’infinito nella divisione fino a formare una sterminata distesa di punti che unendosi diventano linee, che incastrandosi creano forme geometriche e successivamente tutte le cose del mondo. Ma tutte rigorosamente in bianco e nero. Ad un tratto appare però un arco di colori, un arcobaleno, che viene rubato dal malvagio Nerone che tiene prigionieri tutti i colori. Ormai per i nostri abitanti diventa impossibile continuare a vivere senza colori dopo averli conosciuti quindi i due protagonisti, interpretati dai bravi anche se un po’ sopra le righe Mirco Abbruzzetti e Simona Ripari, si mettono in viaggio per andare a liberare i colori riuscendoci solo dopo aver passato prove di coraggio e avventure. Lo spettacolo pieno di ritmo e musica, che molto ricorda quella utilizzata nei programmi televisivi per bambini, coinvolge e fa trascorrere cinquanta minuti in leggerezza.

 

 

Suggestivo lo spettacolo di teatro danza della compagnia sarda Gruppo e-Motion/Balletto di Sardegna che ha portato in scena “Farò di te un sol boccone” un lavoro interessante di quattro danzatori coniugato alla musica eseguita dal vivo dagli allievi del conservatorio dell’Aquila.

 

 

 

Decisamente meno a fuoco i lavori della compagnia romana Ruota Libera “Bianca e l’Olimp(ic)o” e di “Pinocchio” del Teatro Stabile d’Abruzzo e Fantacadabra. Il primo spettacolo presenta una drammaturgia confusa, una scena e dei costumi inutilmente eccentrici e una interpretazione spesso urlata ed eccessiva, il secondo manca completamente sia di una ricerca che di una buona proposta tradizionale. Benfatta, ad onor del vero, la scenografia: un enorme libro pop up che fa da sfondo alle avventure di Pinocchio con varie ambientazioni ricavate nelle pagine.
Dello spettacolo “Un amico accanto” della Compagnia Mattioli si è già occupato Eolo e rimandiamo la lettura al report di Segnali!

 

 

 

LE RIVINCITE

 

Dopo aver letto il cartellone della vetrina ed esserci accorti che c’erano almeno due produzioni già viste al Festival milanese Segnali, vetrina molto frequentata dagli operatori, ci eravamo chiesti la motivazione di inserire nella programmazione nuovamente questi lavori: in particolar modo ci riferiamo a “Nemici” della compagnia perugina Panedentiteatro vista nella scorsa edizione di Segnali e “La guerra dei bottoni” del bellunese Tib Teatro vista al Festival addirittura a maggio 2018. Siamo invece felici di aver potuto seguire nuovamente questi due spettacoli perché abbiamo potuto constatare che il confronto con il pubblico e con gli operatori, quando è fatto nel reciproco rispetto del lavoro, può essere vitale e pieno di utilità. Grande coraggio ha avuto infatti Enrico De Meo a riprendere in mano “Nemici” visto lo scorso anno al festival Segnali e profondamente ripensato e rivisto, questa volta con la regia di Fausto Marchini e la presenza in scena di Benedetta Rocchi oltre a quella di Enrico De Meo. Riprendere un lavoro che non ha avuto una buona accoglienza in precedenza è sempre difficile e doloroso per un artista ma quando questo avviene, come in questo caso, con un epilogo così positivo è davvero una rinascita. Infatti il lavoro così ripensato ha acquisito leggerezza e ritmo che gli ha consentito di essere più efficace nel significato della storia che si è voluta raccontare: la stupidità della guerra nell’inculcare che il nemico contro cui si combatte sia una bestia, come viene più volte ripetuto dal soldato Enrico, e non un semplice essere umano come lo siamo tutti. Ricordiamo brevemente la storia: un soldato si ritrova nella propria trincea a pochi passi dalla trincea nemica dove si trova un altro soldato dell’opposto schieramento. Nell’attesa interminabile che arrivi l’ordine di attaccare, il soldato ci porta nella sua quotidianità quasi comicamente ripetitiva. L’unico pensiero di dolcezza va alla sua amata che lo aspetta mentre per il “nemico” ha solo parole di odio e disprezzo. Si accorgerà invece, dopo aver conquistato la trincea nemica, che gli oggetti utilizzati dal nemico, il cibo che mangiava e gli indumenti che aveva erano i gli stessi posseduti da lui e che anche il “nemico” aveva la foto di un’amata. Si rende conto così della follia dello scagliarsi contro un altro essere umano che è, in fondo, uguale a lui. Così ripensato, con il protagonista più alleggerito nel suo personaggio e nella ripetitività delle sue azioni che ora, invece di essere solo tragiche sono tragicomiche, con una attrice fuori dal fuoco della scena che ci racconta di questo soldato e come un demiurgo lo guida verso lo svelamento finale, lo spettacolo acquisisce respiro ed è in grado di portare in modo molto più incisivo verso una riflessione seria sull’assurdità della guerra.

 

 

 

La guerra dei bottoni di Teatro Tib con la Regia di Giuseppe di Bello , già visto quest’anno al festival milanese Segnali!, ha presentato una versione notevolmente migliorata grazie al lavoro successivo fatto con i giovani attori in scena in questo contesto molto più misurati nella recitazione e nell’energia del gesto. Un notevole lavoro di sfoltimento è stato fatto anche sul testo a cui sono state tolte alcune lungaggini che ne avevano un po’ minato il ritmo e la scorrevolezza. Grazie a questi interventi di regia il lavoro ne è uscito rinnovato ed efficace. Il risultato è stato quello che merita una buon lavoro: grande successo di pubblico sia tra i bambini che tra gli adulti.

 

 

 

LE OCCASIONI PERSE (MA LA RIVINCITA E’ SEMPRE POSSIBILE…)

 

In questa vetrina molti sono stati gli spettacoli con materiale anche molto interessante ma non utilizzato in un modo che permettesse di portare il lavoro ad efficace compimento. Spettacoli spesso carenti di regia o con drammaturgie deboli, non curati dal punto di vista scenico o con buoni testi ma non sostenuti da un adeguato livello attoriale. Mai come in questo anno abbiamo constatato che spesso le compagnie ritengano di poter fare a meno delle figure del teatro: la regia, per esempio, spesso viene sacrificata credendo che in qualche modo sia semplice per l’attore, spesso anche autore, dirigersi e quindi essere sia dentro che fuori al proprio spettacolo. La drammaturgia alcune volte evidenzia invece carenze argomentative, la mancanza di un’urgenza vitale affinchè ciò che si vuole dire riesca a passare dal palco alla platea.

 

L’uomo della sabbia”, la nuova produzione della compagnia Art Noveau, ha portato un’interessante versione del racconto di Hoffmann impreziosito dalla presenza della lanterna magica e dei vetrini dipinti, giochi d’epoca concessi in prestito dal Museo del gioco e del giocattolo di San Marco. L’affascinante racconto di Coppelius e della sua bambola Coppelia si snoda in un’atmosfera gotica e rarefatta. L’attrice Giulia Zeetti veste i panni di tutti i personaggi e allo stesso tempo crea belle suggestioni con la lanterna magica e un gioco di ombre con sagome davvero di qualità ma non riesce suo malgrado a far passare con convinzione le caratteristiche che differenziano tutti i personaggi. La sua presenza è altalenante, l’energia che profonde è discontinua e non aiuta lo spettatore ad entrare nelle dinamiche struggenti del testo. Anche la drammaturgia risulta a tratti confusa e, soprattutto sul finale, stringe alcuni passaggi determinanti per la sua comprensione. L’utilizzo della lanterna magica e delle sagome ha bisogno di essere reso più fluido e amalgamato al corpo del lavoro. Un lavoro da cui si evincono tutte le potenzialità ma che va rivisto nella sua drammaturgia affinchè siano resi più chiari alcuni passaggi e nella regia, magari questa volta esterna, che aiuti l’attore a concentrarsi esclusivamente sull’interpretazione.

 

 

 

Elettroradiogramma – acrobazie emotive di un cuore senza età”, è invece la produzione della compagnia romana Teatro dell’Illusione di Valentina Salerno in collaborazione con il Florian Metateatro. Lo spettacolo mescola i linguaggi del teatro e del circo per raccontare i passaggi storici che riguardano il nostro paese dal dopoguerra ad oggi e lo fa attraverso il racconto della vita di un simpatico vecchietto in vena di acrobazie e di un medium: la radio. L’apparecchio utilizzato per il percorso storico però in realtà, oltre a non seguire un ordine cronologico sicuramente per una scelta che rende però un po’ stridente la fruizione, divulga messaggi anche televisivi creando una confusione che non aiuta la drammaturgia, a nostro avviso un po’ debole. Alessandro De Luca, il bravo circense protagonista dello spettacolo, molto si prodiga in verità tra acrobazie sul palo cinese, giocoleria, animazione di un pupazzo (lasciato però poi appeso tristemente a vista sul fondale) e una recitazione a tratti, a nostro avviso didascalica, ma non riesce a dare vitalità e corpo ad una storia fragile che avrebbe forse delle buone premesse e gli elementi per funzionare sia a livello spettacolare che contenutistico ma che non riesce, di fatto, a decollare.

 

 

 

Poteva essere uno spettacolo di narrazione ben riuscito “Le avventure di Giufà” di Rinoceronte Teatro. Giufà è un personaggio a noi molto caro proveniente dalla tradizione popolare orale le cui gesta sono state raccolte e scritte, come fece Calvino con le Fiabe Italiane, dall’etnologo Pitrè a cavallo tra l’ottocento e il novecento. Lo ritroviamo nei racconti orali di tradizione di molte regioni italiane, a volte con un nome diverso: si tratta della figura dello sciocco del paese a cui però la stoltezza, nonostante tutto, non si ritorce mai contro facendogli invece incontrare le fortune della vita. Ed ecco così che il narrastorie Gianluca Ladecola accompagnato dal musicista Lorenzo Capolsini e dai sui tanti e interessanti strumenti musicali ci porta in un mondo ormai perduto, quello contadino, raccontandoci degli incontri , delle coincidenze fortunate e dei comportamenti da sempliciotto che si rivelano colpi di genio, del nostro Giufà. Lo spettacolo molto interessante e divertente per le storie raccontate manca però dello slancio e dell’energia necessaria sia da parte del narratore che, a nostro parere, poco ha messo in luce le sue capacità di colorare con la voce la storia che racconta che del musicista che non è riuscito ad accentare e a valorizzare adeguatamente il racconto. Lo spettacolo però ha molte potenzialità, a partire dal testo, e ci auguriamo gli si conceda ancora tempo di lavorazione.

 

 

 

Un ritorno piacevole è stato quello di Giancarlo Vulpes che ha presentato lo spettacolo di teatro di figura “Via Charles Perrault” con la drammaturgia e la regia di Marco Lucci e le belle sagome di Ada Mirabassi. La storia che viene raccontata è dedicata ai bambini dai 4 anni e vuole addentrarsi nel tema, molto attuale, della paura del diverso. Lo fa raccontando di un personaggio, Barba-blu, che di mestiere raccoglie materiali vecchi nelle case e che, dall’accento che gli conferisce il suo animatore è, per l’appunto, straniero. Nella via abitano anche due bambini: una bimba con una madre un po’ petulante e un bambino con un padre molto severo, chiuso e antipatico. Più tardi prenderanno casa nella Via Perrault anche un poliziotto con il suo cane che, ogni volta che viene pronunciata la parola “razza”, perde ogni controllo e diventa aggressivo e dispettoso. Sarà infatti il cane a creare il problema: i bambini spariranno per seguire il loro aquilone portato via da lui e il papà del bambino penserà bene di dare la colpa di un ipotetico rapimento a Barba-blu, lo straniero. La polizia darà quindi la caccia al povero malcapitato che nulla c’entra con la sparizione dei bambini. Ma seguendo la sua vita ci accorgeremo che il nostro protagonista ha invece un meraviglioso mondo interiore che si esprime attraverso l’utilizzo di vecchi giocattoli per raccontare la favola della buona notte alla famiglia rimasta lontana. Nello spettacolo ci sono infatti due piani: quello del reale dove troviamo la via, le case e i protagonisti del racconto, che a nostro avviso necessita di maggiore spinta drammaturgica e di un lavoro ulteriore da parte dell’attore nel muovere i pupazzi, e quello della casa di Barba-blu dove il protagonista narra la storia parallela animandola con i giocattoli che è invece giocata interamente con le ombre e che è, a nostro parere, la parte più convincente. Lo spettacolo, se lavorato ulteriormente sulla manipolazione dei pupazzi e sul testo, crediamo abbia ampi spazi di miglioramento.

 

 

 

Non poteva non esserci una baracca nella fresca pineta di Pescara! Il Granteatrino di Bari ha portato un testo molto divertente “Il principe e il povero” dal celebre racconto di Mark Twain. Ha molto divertito il pubblico il racconto dello scambio di ruoli tra il principe e il povero che, trovandosi simili per aspetto e nati lo stesso giorno, decidono letteralmente di scambiarsi i panni con tutte le divertenti conseguenze che possiamo immaginare. Lo spettacolo, godibilissimo per la verità, ha purtroppo tralasciato l’importanza della scena portando una baracca poco curata nell’aspetto e che quindi lasciava trasparire una noncuranza che non si ravvedeva poi nella bravura dei burattinai.

 

 

 

Chiudiamo questa sezione con “Mago per svago” che abbiamo trovato molto interessante. L’Abile Teatro di Ancona ha portato in scena uno spettacolo di magia, giocoleria e clownerie con una buona intuizione drammaturgica: raccontarci la relazione tra il mago e il suo assistente da sempre alla ricerca di un suo successo personale che lo possa rendere indipendente dal mago stesso. Attraverso le videoproiezioni, ben inserite nel contesto narrativo, comprendiamo che il rapporto dei due protagonisti in realtà parte dalla condivisione della passione per la magia che li vedeva uniti già da bambini a scuola, negli stessi ruoli in cui li ritroviamo da grandi. Questo aspetto rende molto interessante l’intero spettacolo perché offre agli spettatori una chiave di lettura del rapporto tra i due anche estendibile al più ampio rapporto tra leader e gregario, che tutti noi possiamo aver vissuto o nell’una o nell’altra veste. Sarebbe necessario un ulteriore passo verso la cura della recitazione e delle gag, alle volte forzata ed eccessiva altre volte non troppo efficace, per rendere il lavoro ancora più interessante nei contesti teatrali dove merita di stare.

ROSSELLA MARCHI


PALLA AL CENTRO, LE RECENSIONI su UTOPIA - giornale web per il Teatro Ragazzi Italiano

 

21/07/2018

 

di Renata Rebeschini

 

La vetrina che si svolge a Pescara, al di là degli spettacoli, è sempre un bellissimo luogo in cui incontrarsi per l’accoglienza davvero speciale che si trova nella Città dannunziana, grazie agli amici del Teatro Florian, sempre disponibile e sorridenti.

 

Una cosa che vorrei ribadire subito (dico ribadire perché già più volte avevo scritto di questo problema) che le giovani compagnie, alcune con delle possibilità di crescita, non si avvalgono di una regia indispensabile per avere un occhio esterno che misuri i tempi, i ritmi, le troppe ripetizioni ecc. Per alcuni spettacoli sarebbe bastato qualcuno a dare la giusta misura per farne un buon prodotto.

 

Ma andiamo subito ai commenti, in ordine… di apparizione.

 

FIABE SCACCIAMOSTRI – Compagnia Isola di Confine (Terni)

 

Proposta infantile e senza alcun momento artistico. Bisogna ritornare a scuola.

 

FIABE AL POMODORO – Bradamante Teatro (Pescara)

 

Storie di orche, giganti, maghi e flauti parlanti raccontate e musicate da Nino e Cuntamilla.

 

Buona la scelta delle favole da narrare, fiabe della tradizione popolare che Francesca Camilla D’Amico racconta e canta con le musiche dal vivo di Matteo Di Claudio. Fiabe poco note ma certamente piacevoli, da quella de La penna dell’uccello grifone a Petrosemolella e l’Orca, a Giovanni senza paura. Il tutto condito dal sugo di pomodoro cotto in diretta dai due protagonisti e poi offerto (una giusta bruschetta) agli spettatori. Fin qui tutto bene, ed ecco che torniamo alla premessa iniziale: mancanza di regia. I due protagonisti hanno sicuramente buone capacità, ma, appunto, manca qualcuno che dall’esterno possa lavorare sui ritmi (non parlo di lentezza o velocità). Francesca è brava ma a volte non lascia allo spettatore il tempo per gustare la battuta che subito parte con qualcos’altro che distrae e impedisce la completezza per poter apprezzare fino in fondo. Non ci vorrebbe molto, solo alcuni suggerimenti che, messi in pratica, farebbero alzare la qualità.

 

ELETTROCARDIOGRAMMA-ACROBAZIE EMOTIVE DI UN CUORE SENZA ETÀ – Florian Metateatro/Teatro dell’illusione-Aledeluca di Pescara e Roma

 

La storia di un anziano è la scusa affinché il protagonista si possa esibire in vari numeri acrobatici e di giocoleria. Egli, ormai malfermo, nel riguardare le foto della moglie che non c’è più e nell’ascolto di vecchie canzoni, rivive i ricordi della gioventù, quando, ancora pieno di forza e di passione, poteva esibirsi con vari numeri circensi. Spettacolo nel complesso gradevole, con qualche errore registico (tipo il pupazzo che rappresenta la moglie la quale, dopo un ballo con lui, viene appesa in un angolo in modo sgradevole tanto da sembrare un’impiccata, e altri).

 

L’UOMO DELLA SABBIA – Compagnia Art N/Veau di Perugia

 

Il racconto di Hoffman non è facile da mettere in scena, pur con una brava attrice come Giulia Zeetti che cerca di dare vita ai personaggi e a raccontare una storia piuttosto complessa da seguire. L’idea è buona, ma lo spettacolo, fin troppo raffinato, appare ancora incompleto; è necessario lavorarci ancora e confrontarsi con un occhio esterno. Bello l’uso della lanterna magica.

 

MADONNA – Compagnia Caterina Fiocchetti di Perugia

 

Qual è stata la vita delle donne umbre tra le due guerre? Rina Gatti, la scrittrice contadina, regala la sua storia al pubblico attraverso la voce, il corpo, le emozioni di Caterina Fiocchetti, un’attrice davvero… coi fiocchi! Ed ecco che ritroviamo i ricordi di una ragazzina che si fa donna, moglie, madre, che si scontra con la politica, con la religione e con l’ignoranza, ma che comunque ci porta un messaggio di speranza. La brava Caterina, accompagnata dal violoncello di Andrea Rellini, tiene avvinto il pubblico che segue con emozione ogni passaggio dello spettacolo.

 

UN BABBO A NATALE – ATGTP – Teatro Pirata di Jesi

 

Uno spettacolo natalizio non scontato e davvero piacevole. Roberto è disoccupato ma, anche se odia il Natale, accetta di fare il Babbo Natale ai grandi magazzini. Lì incontra una bambina (lo splendido pupazzo di Marco Lucci del Laborincolo) la quale segue il suo Babbo Natale e… Ma non raccontiamo la storia: basti sapere che i due interpreti, Enrico Marconi e Valentina Grigò, ben diretti da Simone Guerro che ne è anche coautore con Aniello Nigro, tra racconti, dialoghi, musica e canti conquistano gli spettatori piccoli e grandi.

 

NEMICI – Panedentiteatro di Perugia

 

Parlare delle guerre non è mai facile: si può correre il rischio di dire banalità, di raccontare episodi più o meno eroici, di voler a tutti i costi ingigantire il problema (come se ce ne fosse bisogno!).  Qui c’è un soldato, solo, terribilmente solo, dentro una buca (una specie di trincea); di fronte a lui un’altra buca e un altro soldato, il nemico, la bestia… La solitudine, la ripetitività degli atti di ogni giorno, anche quello di sparare è un gesto ripetitivo, il lento passare del tempo. Anche questa è la guerra, difficile, faticosa, angosciosa, nell’isolamento! Ma chi è il nemico? Chi è la Bestia? Il soldato che vediamo o l’altro? O nessuno dei due? O entrambi? Questa è la guerra!

 

Con le ottime qualità interpretative di Enrico De Meo e la misura di Benedetta Rocchi, lo spettacolo si dirama fino a un atteso (o forse no) finale.

 

BIANCA E L’OLIMP(IC)O – Ruota Libera/comp. Fi_br_a di Roma e Teramo

 

Spiace dirlo, ma davvero nulla da salvare: né il tema, né la scenografia, né i costumi, né la drammaturgia, né le interpretazioni… La domanda sorge spontanea: PERCHÉ?

 

LE AVVENTURE DI GIUFÀ – Rinoceronte Teatro di Perugia

 

I racconti di Giufà sono sempre molto divertenti e piacevoli da scoprire. Nello specifico Gianluca Ladecola, il narratore, e Lorenzo Capolsini, il musicista, cercano di far arrivare al cuore del pubblico alcune storie ma, e c’è un ma, torniamo alla premessa iniziale: la regia. Gianluca, seduto sul suo sgabello, è troppo inchiodato sia nei movimenti sia col pensiero; non arriva al pubblico se non con le parole, sempre troppo piatte e prive degli umori delle emozioni della voce. Anche qui un regista/maestro è indispensabile.

 

PINOCCHIO – Teatro Stabile d’Abruzzo/Fantacadabra di Aquila/Sulmona

 

Un libro pop up fa da scenografia: ogni pagina una diversa ambientazione delle avventure di Pinocchio. Lo spettacolo non è convincente, confuso nelle scelte della strada da seguire, in conflitto tra la tradizione e l’innovazione così da non arrivare al risultato sperato.

 

BALLATA D’AUTUNNO – Teatro nelle foglie di Genova/Barcellona

 

Uno spettacolo con scenografie ed effetti davvero straordinari. Fin da subito le bellissime immagini riempiono occhi e cuore, e l’aspettativa diventa enorme. Lo spettacolo, senza parole, diventa in alcuni punti troppo lento; ci si chiede “e adesso?” ma non succede nulla. Marta Finazzi fa l’acrobata, Nicolas Benincasa giocolerie e altro, eppure manca un vero collegamento, una drammaturgia che unisca i vari passaggi e che faccia del circo anche un momento di teatro. Comunque uno spettacolo di qualità, ricco di atmosfere surreali e suggestive che va premiato.

 

 

 

VIA CHARLES PERRAULT – Compagnia Giancarlo Vulpes di Perugia

 

Dal titolo avevo creduto di assistere ad un pout pourri di favole di Perrault, invece…

Spettacolo piccolo, senza alcun evento, a volte anche noioso.

 

 

LA GUERRA DEI BOTTONI – Tib Teatro di Belluno

 

Teatro, teatro puro. In scena tre giovani e bravi attori, Massimiliano Di Corato, Andrea Lopez Nunes e Caterina Pilon, i quali hanno saputo dar vita ai numerosi personaggi del romanzo di Pergaud. Ritmi, tempi, voci, gestualità in assoluto accordo hanno saputo regalare un’ora di vero teatro.

 

 

UN AMICO ACCANTO – Compagnia Teatrale Mattioli di Monza-Brianza

 

L’importanza di avere un amico vero, anche per un draghetto, forse si scontra con una drammaturgia piuttosto labile e la scelta di far interpretare il piccolo drago, solo al mondo, ad una signora non giovanissima forse non è stata la più indovinata nonostante l’impegno delle due interpreti.

 

 IL PRINCIPE E IL POVERO – Granteatrino di Bari

 

Una storia, quella del principe e il povero, di per sé affascinante; e farsi aiutare da dei burattini è certamente indovinato. Nello specifico sarebbe necessaria una scenografia meno amatoriale, e una maggior misura nelle interpretazioni del presentatore, troppo spesso oltre le righe.

 

FARÀ DI TE UN SOL BOCCONE – Gruppo e-Motion di Cagliari/L’Aquila

 

Quattro danzatori sardi, accompagnati dal vivo dagli allievi del conservatorio dell’Aquila, si sono esibiti in un lavoro particolare coinvolgendo anche alcuni bambini del pubblico.

 

 

PUNTO E PUNTA – Proscenio Teatro di Fermo

 

Un punto nero vive, solitario, in uno spazio bianco finché non incontra una punta… e dà li c’è un moltiplicarsi di punti che, uniti, diventa linee, cerchi e forme di ogni tipo. Ma sempre tutto in bianco e nero; sarà l’arcobaleno che farà venire il desiderio di cercare quei colori che il despota Nerone tiene prigionieri. Comincia così la battaglia tra gli eserciti dei “buoni” e dei “cattivi”: quando vincono la battaglia i buoni è giorno, quando vincono i cattivi è notte e così la cosa continua e continuerà fino dalla notte dei tempi. Diversi anni fa ho assistito allo spettacolo, testo e regia di Marco Renzi, che, a quel tempo, si intitolava Storia di un Punto. Allora era stato qualcosa di innovativo, con tecniche quasi mai usate in teatro; ora il Renzi ha ripreso lo spettacolo con nuovi interpreti ma sostanzialmente come prima. I due nuovi attori hanno lo sprint dei giovani e quindi reggono senza problemi alla resa dello spettacolo che rimane piacevole, pur senza lo stupore di quando era nato.

 

 MAGO PER SVAGO – L’Abile Teatro di Ancina

 

Puro divertissement… e non è un fatto negativo!

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