Scenari Europei 2019 da Teatrionline

Fog - Mind the Step

 

Mind the Step è il nome della giovanissima formazione campana diretta da Salvatore Cutrì ed è per certi versi un piccolo, assertivo manifesto programmatico: il lavoro della compagnia intende analizzare la realtà contemporanea, i suoi strumenti materiali ed i meccanismi immateriali (sociali, psicologici, cognitivi) che questi attivano. L’obiettivo dichiarato è quello del teatro “dialettico”, potremmo dire, ovvero stimolare la riflessione sollevando dubbi più che consolidando certezze.

Fog, una delle rivelazioni del Premio Scenario 2019, è un lavoro che esprime perfettamente questa visione teatrale. In scena, solo quattro sedie allineate, frontali al pubblico. Chi legge sarà già colto da un retro- pensiero e forse da uno sbadiglio: niente di nuovo, anzi niente di più visto e rivisto, usato ed usurato.

Non è così. E’ solo un’impressione che lo spettacolo farà presto svanire, alimentato da ritmi sempre vertiginosi. Proseguiamo, dunque: quando la luce si accende sulla scena, la percezione dello spettatore riceve da subito un messaggio di specularità, con gli attori che guardano anziché essere oggetto di sguardo. Ma anche questo dura un attimo, perché lo spettacolo non gioca su tecniche di interazione né di provocazione del pubblico, se non di carattere intellettivo. Anzi, Fog è un lavoro che trasuda contemporaneità e freschezza giovanile, ma è sostenuta da un impianto solido in tutte le sue componenti: drammaturgia, regia, recitazione.

La frontalità è un elemento fondativo dello spettacolo, presentato al festival Scenari Europei di Pescara nel formato di corto teatrale di venti minuti. I personaggi in scena parlano tra di loro ma guardano sempre gli spettatori. Si rivolgono a loro. L’un l’altro -più che parlare- interagiscono, condividono parole, frasi, monconi e singole stringhe verbali, ma con il pubblico esprimono l’interezza del loro flusso di pensieri, talvolta in contrasto con quanto dichiarano direttamente.

Ma non si tratta di monologo interiore, perché in Fog la parola drammatica viene elusa, superata, ricreata a partire da un materiale studiatamente narrativo. Siamo insomma davanti ad una formula riattualizzata di teatro epico, impossibile da immaginare prima dell’avvento massivo del digitale e dunque eminentemente voce dei nostri tempi.

I tre personaggi principali si attivano ad intermittenza davanti a noi, proprio come se fossero degli utenti di una chat di cui il pubblico possiede le chiavi, alla stregua di un amministratore occulto. C’è anche un quarto personaggio che si attiva però solo in un secondo momento, quando le vicende dei tre giovanissimi vengono condivise in diretta, esponendole così alla fruizione pubblica indiscriminata.

Ma si tratta di personaggi a tutti gli effetti. Ciò vuol dire che, nella loro rimodulazione del linguaggio teatrale, i Mind The Step non ricorrono ad una pura coralità impersonale tramite cui il testo venga giocato in termini ritmici, espediente che pure ricorre di sovente nei lavori degli artisti emergenti nell’ultimo decennio (da Babilonia Teatri a Liv Ferrachiati). Anche la nudità estrema della scena non risponde a scelte stilistiche in chiave minimalista, per farsi elemento programmatico e necessario di un intero progetto di spettacolo.

Il tutto incornicia e sostiene il quadro di una serata qualunque tra adolescenti, sospesa tra senso del vuoto ed un bisogno di assenso riacceso oltre i limiti naturali dalla comunicazione tecnologica (autoscatti, condivisione, accumulo di like). Una iper-possibilità che abitua la mente ad una illusione di controllo sulla realtà. Ma cosa succede quando la realtà si reimpone, quando gli eventi precipitano e la situazione diventa urgente o addirittura tragica?

 

E’ qui che si mostra in tutta la sua compattezza la nebbia, l’obnubilamento della percezione, la consapevolezza di quanto accade realmente e delle sue conseguenze effettive.

Lavoro estremamente interessante, proposto in una messinscena che trasmette accuratezza e preparazione, dove una levità godibilissima delle battute convive con un precipitato profondo ed inquieto.

Paolo Verlengia

 

BOB RAPSODHY - Carolina Cametti

 

Con questo potente assolo, Carolina Cametti esprime in maniera inequivocabile tutta la sua passione per la parola, per la ricchezza della lingua come mezzo ampio, da perlustrare nelle sue infinite possibilità ma anche da curare, come creatura che necessita di essere alimentata costantemente.

E la parola diventa davvero la protagonista quasi fisica della performance, presentata al Festival Scenari Europei di Pescara sotto forma di corto teatrale di venti minuti, dopo aver vinto una Segnalazione Speciale al Premio Scenario 2019.

Nel suo doppio ruolo di autrice ed interprete, Carolina Cametti dona corpo e voce ad una richiesta urgente, ora speranzosa e delicata come una preghiera, ora rabbiosa, provocatoria, sbarazzina. E poi fragile di nuovo, ma sempre intensa e vibrante.

Chi è il destinatario di queste diverse istanze? Probabilmente il nostro tempo, il presente, indagato a partire dalla giovinezza come condizione ultima, tutt’altro che spensierata. Dove anzi ogni momento che passa rintocca il senso di una perdita incommensurabile. Perché la giovinezza non è una condizione autosufficiente, è un credito da spendere: esiste per realizzare progetti, per sostenere con la sua energia il massimo sforzo da produrre nella propria esistenza.

Eccola, evidentissima, l’energia prepotente che è l’aura della vita: l’azione di Carolina Cametti è esplosiva ed adrenalinica come un concerto rock sviluppato in un fazzoletto di superficie, il quadrato di palcoscenico che circonda una sedia spartana, ma sufficientemente solida per sostenere le evoluzioni “ginniche” della performer. Lei si muove con agilità esuberante, quasi uno strapotere atletico che volutamente si depaupera, si immola. Si degrada a terra e si risolleva costantemente, ad ostentare con fierezza i lividi ma soprattutto la propria resistenza.

Perché è una lotta, un percorso controcorrente la fuga dal disimpegno imperante. Perché è un urlo l’affermazione della propria dignità di individuo. Così la parola, sostenuta da una musicalità di rime e reiterazioni cicliche, si lascia frustrare nella sua accuratezza che eccede le possibilità del mondo in cui vive. Inutile, come la bellezza di un fiore tra i massi. Inestimabile, come la bellezza di un fiore tra le macerie.

Pur non concedendo pause, né alla parola né all’azione, Carolina Cametti riesce ad assicurare precisione e fluidità ai singoli passaggi di una performance dispendiosa, in cui i versi vengono accompagnati da un parallelo linguaggio corporeo, nervoso ed incessante.

Paolo Verlengia

 

IL COLLOQUIO - Collettivo Lunazione

 

Tre donne in fila, il tempo che si dilata, la parola dà vita a situazioni e trasformazioni. Un dramma dell’attesa, si dirà, un piccolo classico del teatro contemporaneo.

In realtà, con Il Colloquio il collettivo Lunazione va oltre le facili attese, senza bisogno -per altro- di rivoluzionare le categorie tradizionali. Sorprende anzi la piena maturità della formazione, vincitrice con questo progetto del Premio Scenario Periferie 2019.

Il colloquio non è un brillante lavoro giovanile, un fresco tripudio di energia e colore. Lo studio di venti minuti -proposto con successo al Florian Espace come spettacolo di chiusura del Festival SCENARI EUROPEI 2019- lascia prevedere la costruzione di uno spettacolo che lascerà un segno duraturo.

Le tre donne sono in fila davanti al carcere di Poggioreale, in attesa di incontrare i loro uomini per pochi minuti. Eppure attorno a questo tempo residuale costruiscono la loro vita, riadattano speranze e quote di felicità, rimodulano il proprio ruolo di donna. E’ questo il complesso di fattori che sta dietro alla superfice dello spettacolo, quella superfice che poi in teatro è tutto, è lo spettacolo stesso.

Saliamo dunque in superficie ed andiamo a vedere.

Tre uomini, frontali al pubblico. I loro costumi recano un comune elemento di colore rosso, rigiocato liberamente da ciascuno di loro: un cardigan per il primo personaggio, un giacchino aperto per il secondo, una maglia girocollo per il terzo, con audaci inserti maculati sui lati. Tutti e tre vestono un pantalone nero di taglio neutro e calzature dello stesso colore di modello maschile. Tutti e tre portano con sé una voluminosa busta, una sportina rigida da supermercato, l’una del tutto identica a quella altrui tanto da sembrare intercambiabile, eppure è serbata con piglio sospettoso e protettivo.

I tre personaggi si colorano le labbra con un rossetto scarlatto, poi si dispongono di profilo. Inizia l’attesa, che per certi versi richiama l’atmosfera del western per limmobilità del tempo che aleggia sopra le fila di vita sospese.

Questa è la pelle dello spettacolo, che come un organismo vivente risente della salute degli organi che contiene. Il colloquio ci permette di riflettere sulla natura stessa del teatro, il suo essere un organismo sistemico di più livelli, ma soprattutto una realtà parallela. Una realtà fatta di finzione, naturalmente, che però viene perlustrata, abitata e vissuta integralmente dagli artisti di scena.

Una finzione presa “maledettamente” sul serio e dunque mai sovrapposta alla realtà. Il mascheramento intermedio dei tre attori è dunque un ponte che conduce lo spettatore a bordo di questa finzione, facendola diventare realtà. Una realtà parallela dicevamo- che il pubblico può vivere soltanto quando lo spettacolo lo permette, costruendo gli strumenti adatti ad un incantesimo.

Oggi celebriamo il Collettivo Lunazione, perché uno spettacolo perfettamente riuscito è un evento raro, prezioso, divinatorio, capace di connessioni dimensionali pur senza mai rinnegare la sua matrice terrenale.

Il colloquio è stato salutato con calore vibrante dal pubblico del Florian Espace di Pescara. Nell’attesa interminabile, le tre donne si dibattono tra slanci di solidarietà ed una ferina marcatura del territorio, condensando in ogni gesto gli insegnamenti taciti appresi da una condizione innaturale che sa di amputazione. Questa cifra dolorosa non si smarrisce mai, mentre il dialogo si muove liberamente verso continue punte comiche irresistibili, illuminate da squarci poetici autentici di tipica marca partenopea.

Paolo Verlengia

 

SAMMARZANO - I Nuovi Scalzi

Progetto recentissimo della compagnia “I nuovi Scalzi” di Barletta, finalista al Premio Scenario 2019 nella

sezione “Periferie” e presentato al festival Scenari Europei di Pescara nel formato del corto teatrale della

durata di 20 minuti.

Il lavoro di Ivano Picciallo e dei suoi compagni di scena mostra sin dai primissimi momenti un paio di

caratteristiche portanti: la territorialità, che si riverbera sia sulla tematica trattata che nella lingua usata

dagli attori; la scrittura scenica, come metodo e materiale di costruzione dello spettacolo.

Sammarzano indaga infatti il tema del “lavoro nero” nelle campagne del sud Italia (nello specifico, la zona

della Capitanata e le relative piantagioni di pomodoro). Colorismi meridionali riempiono la percezione dello

spettatore su ogni piano:

1) quello visivo, già dalla scena iniziale, con due vecchi di paese presi a borbottare in una sorta di

grammelot su di un palinsesto di voluti luoghi comuni riguardo al presente, il tempo andato, il

declino irrecuperabile di una comunità che fu florida e felice incarnato dai tanti, troppi

extracomunitari che affollano i campi dove loro hanno speso gli anni migliori;

2) quello sonoro, tramite le inflessioni ed espressioni dialettali o regionali, che infarciscono

costantemente la parola in scena. E poi i costumi e gli oggetti di scena –nella loro ricercata

ordinarietà, talvolta viltà- rimandano anch’essi ad un immaginario legato a luoghi riarsi dalla calura

di giornate lunghe, innervato dalla basalità del mestiere manuale e cosparso da una religiosità

popolaresca, iconografica ed animica allo stesso tempo.

Tutto questo fa sì che lo spettacolo si scontri con una serie di soluzioni già abbondantemente percorse dal

teatro, cosi come la tematica sociale restringe fatalmente il campo d’azione al lavoro creativo. Difficile se

non impossibile dunque, dentro tali coordinate, sorprendere per novità, mentre risulta facile suscitare

ciclicamente l’impressione del dejà vu anche in passaggi assolutamente inediti.

Ma è qui che il lavoro de I Nuovi Scalzi sorprende positivamente: per la qualità compositiva di quadri e

personaggi, per l’impiego dello spazio e del tempo della performance. La chiave è data proprio dalla

formazione della compagnia, tutta incentrata sul lavoro fisico e sulla tecnica attorica antecedente al teatro

di parola (Commedia dell’Arte, clown, nouveau circque). Non già una mera scuola recitativa, questo

retroterra diviene una prospettiva, un approccio metodologico al soggetto trattato che esclude i rischi

dell’intellettualismo e del cliché sociologico.

Siamo nel solco ormai profondo scavato anni fa da Emma Dante, dove oggi albergano epigoni reali ed

aspiranti tali, ma anche interpreti di qualità ed artisti indipendenti animati da una tradizione ed una cifra

teatrale semplicemente affine. Per gli osservatori, ciò comporta una doverosa opera di distinguo –più che di

giudizio- da operare e da riaggiornare ogni volta rispetto ai termini di paragone presi in esame.

In quest’ottica, Sammarzano fa pensare al lavoro dei migliori talenti apparsi negli ultimi anni nell’ambito

del Premio Scenario. In particolare, vengono alla mente Elena Gigliotti e i suoi NO (Dance first, think later)

per le sequenze coreografiche che si vengono ad intrecciare con la recitazione.

Anche il ricorso ad un narratore ingenuo per attraversare un argomento complesso è un espediente

alquanto usurato, ma in Sammarzano il suo impiego viene sviluppato esponenzialmente ed esposto al

coefficiente di difficoltà più alta in senso artistico.

Un lavoro estremamente formalizzato Sammarzano, dove l’importanza del tema sociale viene impastata

con godibili soluzioni pop, che vengono inoltre a cadenzare un ritmo agile nella performance, che scorre

scoppiettante con il passo di uno spettacolo di “rivista”. Ne viene fuori un lavoro sensoriale prima che

tematico, dove tutto ciò che va comunicato in termini argomentativi passa tramite un’opera di

fisicizzazione, una traduzione immediata da parte dell’attore. Ciò impone a tutti e quattro gli interpreti uno

sforzo notevole, risaltando al contempo le doti di ciascuno sia nei quadri di ensemble che nel lavoro

individuale.

Paolo Verlengia


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